DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Introduzione ai lavori
 

Introduzione ai lavori

S.Em.za Card. Javier Lozano Barragán
Presidente del Pontificio Consiglio
Per la Pastorale della Salute

Aspetti del pensiero postmoderno e la depressione

Riflettendo sulla storia del pensiero occidentale richiamano la mia attenzione i cicli che si presentano: iniziano con la presentazione dei problemi vitali che si possono sintetizzare in tre grandi poli: Dio, l’uomo e il mondo. Vari pensatori cercano di dare delle risposte pertinenti, queste risposte crescono fino ad arrivare a soluzioni geniali dove sembra che l’umanità sia arrivata al suo apice, e si ha l’impressione che proprio in questo momento, che non è necessariamente un culmine temporale dell’epoca, poiché può esserci simultaneità con i momenti forti, il pensiero decada e si debiliti in modo quasi totale.

Nella Grecia antica, dopo i grandi maestri che furono Socrate, Platone e Aristotele, si profila la decadenza nelle correnti dello Scetticismo, dell’Epicureismo e dello Stoicismo. Nel Medio Evo, dopo i grandi pensatori che culminano nella Scolastica, Abelardo, Sant’Anselmo, Duns Scoto, Santo Alberto Magno, San Tommaso, San Bonaventura, ecc. viene il Nominalismo con a capo Occam; Nel pensiero moderno, ai grandi pensatori: il Razionalismo di Descartes, l’Empirismo di Hobbes, Locke e Hume, l’Idealismo di Kant, Fichte, Schelling e Hegel, segue la noia dell’Illuminismo, del Deismo, del Pietismo, la Aufklärung e l’Enciclopedia, che sebbene nella loro non originalità tuttavia poterono essere in un certo modo saggi di risposta universale ai problemi fondamentali Dio, l’Uomo, il Mondo. Questo declino del pensiero si aggrava nel secolo XX e agli inizi del XXI secolo  per l’influsso specialmente di pensatori come Nietzche, Heidegger, Wittgenstein, Lyotard e Vattimo, fino a cadere di nuovo, come nella Grecia antica, nello Scetticismo, nell’Epicureismo e nello Stoicismo.

Questo pensiero, almeno in gran parte dell’Occidente, sta motivando un cambiamento culturale che può essere un ambito importante per poterci muovere nel tema in cui siamo impegnati in questa Conferenza Internazionale sulla Depressione. Come inizio dei nostri lavori e piccola introduzione sulla depressione, permettetemi di menzionare molto sinteticamente ciò che mi sembra più significativo di questo pensiero che delinea la cosiddetta cultura della Postmodernità.

Inizio con un accenno sintetico alle linee basilari delle posizioni degli autori che mi sembrano siano alla base della Postmodernità; essi sono Nietzche, Heiddeger, Wittgenstein, Lyotard e Vattimo1.

Per Nietzche Dio è morto e l’unica norma di moralità è ora il super­uomo con la sua volontà di potere. Non vi sono valori universali e sicuri né possibilità di conoscerli2.

Per Heidegger è vero che esiste un Essere superiore, ma è ineffabile, invece si esprime attraverso un linguaggio, non attraverso il pensiero perché questo è già una interpretazione del linguaggio e vi sono tante interpretazioni per il linguaggio, pertanto non sono vere. L’unica possibilità è l’oscura conoscenza mistica. La conoscenza tecnica ha oggettivato il mondo, falsandolo3.

Per Wittgenstein la verità è nel linguaggio quando ciò che dice dei fatti è scientificamente verificabile dalla stessa logicità del linguaggio. I valori, poiché non sono fatti, non sono attendibili. Ebbene, poiché la logicità è anche un valore e pertanto non è un fatto, così neanche questa si può dimostrare. Inoltre si deve prestare attenzione alla differenza dei linguaggi, al “gioco del linguaggio”, tecnico, ludico, politico, poetico affettivo, ecc. In ogni gioco il linguaggio ha un significato diverso. Non vi è un comune denominatore di questi giochi di linguaggio che si possa conoscere. La Filosofia ha come scopo solo il classificare i diversi giochi che esistono. La sua funzione è terapeutica, cioè ridurre al linguaggio corrente e quotidiano ciò che si esprime in altri giochi di linguaggio. Dio significa che constatiamo il fatto che molte cose non dipendono da noi e noi dipendiamo da esse. Dio è tutto il mondo indipendente dalla nostra volontà4.

Commentando gli autori precedenti Jean-Francois Lyotard dice che i “metaracconti”, cioè i pensieri sintetici universali della modernità come l’Illuminismo, il Marxismo, il Cristianesimo, il Capitalismo, ecc. che danno una sintesi onnicomprensiva, sono inefficaci e incomprensibili. Non hanno alcuna validità. Il sapere si può esprimere solo secondo il gioco del linguaggio e consiste nella ricerca sulla instabilità, ciò che egli chiama “Parologia”. Sono validi solo i “miniracconti” ai quali si dà l’assenso per un consenso temporale degli interlocutori, sia nel campo internazionale, sia in quello politico, affettivo, sessuale, familiare, culturale. Da qui risulta una pluralità che non è riducibile all’unità, che non ha universalità. È un’invenzione anarchica del linguaggio. L’universalità metafisica è solo una frottola. Non vi è possibilità di sintesi nell’eterogeneità del gioco linguistico. Il pensiero postmoderno disumanizza l’uomo per tornare a umanizzarlo nell’instabilità5.

Gianni Vattimo è un filosofo di Torino. Interpreta Nietzche e Heidegger prendendo come base il nichilismo. Secondo Vattimo l’essere non ha oggettività, e pertanto non è universale. Esiste solo l’attualità, la storia non esiste, è arrivata al suo scopo, non vi è più novità. La conoscenza non arriva all’essere e non ottiene la verità. Si arriva alla verità solo a metà e risultano così solo verità a metà. Lo strumento per cui si arriva è il sentimento estetico e poetico, retorico; dall’“homo sapiens”si passa ora all’“homo sentimentalis”. È come quando qualcuno vede un quadro: lo interpreta secondo i suoi diversi sentimenti e pertanto il quadro è soggetto a moltissime interpretazioni. Così è la verità, ognuno la vede secondo i suoi propri sentimenti estetici e poetici e la esprime con i diversi giochi del linguaggio.

La televisione, per esempio ci dà un insieme di immagini, ma non è possibile avere una base unica e universale che le unisce. La realtà è l’incrociarsi di varie immagini, il suo contaminarsi senza un asse centrale. La società consiste nell’emanciparsi dalla realtà, dalle differenze, e nell’esplosione della molteplicità. Cioè l’essere universale, i fondamenti stabili, la metafisica sono arrivati al loro scopo. Dio esiste nella misura in cui è percepito come Dio della Scrittura e della tradizione; ma non è un Dio dai dogmi immutabili, è un Dio poetico ed estetico, che ognuno si forma. Soprattutto, non è il Dio della Chiesa cattolica. Così il Cristianesimo si secolarizza e arriva al suo declino. L’uomo percorre il cammino dal suo centro verso un termine sconosciuto, “X”. Non ha bisogno della estrema sicurezza che gli dava un antico mito magico: Dio. Il mondo è un evento di gioco di interpretazioni linguistiche dentro diversi orizzonti concreti. Questo nuovo pensiero si chiama “pensiero debole”, che è l’unico possibile e che si afferma contro il preteso “pensiero forte” che non cessa di essere un mito, una favola superata dalla postmodernità6 .

Un tentativo di strutturare il pensiero postmoderno seguendo le idee di questi autori potrebbe forse riassumersi nei punti seguenti.

1. Sfiducia dell’uomo e del suo pensiero

Dopo la caduta delle grande sintesi del pensiero moderno il pensiero è diventato debole. Si ricorre alle tragedie motivate dalle ideologie della modernità che causarono milioni di morti e atti di barbarie. Il pensiero forte appartiene a epoche primitive dell’umanità, che sono state ora superate.

2. Dominio della razionalità estetica

Irrazionalismo: l’“homo sapiens” diventa ora “homo sentimentalis”. Nella modernità si era divinizzata la ragione e si ritornò a un pensiero forte causa di tutte le atrocità commesse, per esempio ad Auschwitz. Ora si accetta solo il relativismo di pensieri conflittuali, imprigionati nel linguaggio.

3. Il relativismo

Sostituisce qualsiasi pretesa di un mondo razionalmente ordinato. Alla razionalità scientifica sostituisce ora la razionalità estetica. La razionalità scientifica si basava sui principi matematici e della logica, sul principio di identità e di contraddizione, sulla reiterazione e verificabilità degli avvenimenti; questi principi non hanno alcuna validità, si deve cercare un’altra base che è l’estetica. La razionalità estetica si fonda sull’intensità dei sentimenti, delle emozioni, dell’ammirazione, della contemplazione e della autenticità dell’esperienza, la dimensione sensibile e affettiva dell’amore umano, delle decisioni personali e delle reazioni istintive. Per la postmodernità la verità non è adattamento alla realtà ma interpretazione della stessa in una temporalità dell’essere. Non esiste altro che la ragione strumentale di carattere plurale, incredulo, ludico, ironico, distruttivo, inclinata alle tendenze superficiali della curiosità in una fenomenologia di segni e di apparenze. La verità è sostituita dal gioco delle immagini, l’ontologia dalla semantica, la determinazione dalla indeterminazione, la trascendenza dalla immanenza, i concetti dalla metafora. Invece del principio della causalità si adduce quello della relazione tra i fenomeni. È assurdo che la religione sia unica, al posto di Dio si impone un generico divino. Si arriva a un nichilismo teorico, a un relativismo etico e ad una non normatività morale.

4. Il nichilismo

È la filosofia del nulla. Esseri, cose, valori e principi sono negati e si riducono al nulla. È una ufficializzazione delle tendenze distruttive esistenti nella società. Si lega specialmente con Nietzche. Nietzche distingue due tipi di nichilismo, il buono e il cattivo; il buono consiste nel distruggere tutti i valori del passato per edificarne altri nuovi che sono quelli del superuomo. Il cattivo consiste nell’attendere tranquillamente che gli antichi valori arrivino alla fine e nel non supplirli con quelli del superuomo. Non si può conoscer la verità, ma solo punti di vista mutevoli. La volontà non può fare niente di buono. Poiché Dio è morto, non vi è alcun punto di riferimento normativo. La storia non può avere un autoperfezionamento intrinseco. Tutto è fugace e provvisorio, pertanto non si può accettare alcun impegno serio. Proclama la “ontofobia”, cioè la desertifcazione di tutto. La verità obiettiva si sostituisce con i “punti di vista”. La vita non ha valore poiché non è irripetibilie, si tramuta nella reincarnazione, pertanto si può trafficare con essa nella clonazione, negli embrioni supernumerari, nella eugenetica , nella eutanasia, ecc.

5. Sfiducia verso il futuro

Tutto è caducità, frammentazione e caos, non vi è alcun elemento eterno e immutabile. Il presente è il punto di incrocio del passato con il futuro ed è l’unico che conta. Vi è una crisi della temporalità e uno storicismo onnipresente, il passato è come una specie di fotografia di un museo, frammenti di simulacri e immagini. La storia e il passato sono oggetti di mercato che si consumano e si interscambiano. Non è possibile fare alcun progetto per il futuro.

6. Ritorno al mistero e alla pseudo religiosità

Non esiste Dio senza dèi, molti salvatori e religioni hanno sostituito l’unico Dio salvatore. Si prospettano religioni senza Dio e senza Chiesa. Si parla del mistero, ma in una prospettiva puramente superficiale, di oscurità e nebulosità.

Specialmente si riflette tutto nella “New Age”, il cui “credo” è riassunto da Jean Vernette in ciò che egli chiama “I 10 comandamenti della New Age”. Sono: 1. Aspetterai con impazienza l’era dell’Acquario. 2. Crederai nel Grande Cambiamento. 3. La tua coscienza si risveglierà attentamente. 4. Ti occuperai del tuo corpo in modo attivo. 5. Seguirai i maestri rispettosamente. 6. Crederai completamente nell’irrazionale. 7. Venererai con fedeltà alla dea Gaia (la Terra). 8. Rifiuterai rigorosamente le religioni esistenti; 9. Parlerai dello spirito con tutta la naturalezza. 10. Riderai della morte, con serenità.

Questa religione preferisce che l’uomo si faccia Dio e non che Dio si faccia uomo. Dio non è una persona ma la più alta vibrazione del cosmo o la più elevata espressione della coscienza trascendentale. La verità è credere: “è vero perché tu lo credi”; oppure, “è vero affinché tu ti senta bene”. Ognuno ha una illuminazione interiore. Non vi è colpa né peccato, né redenzione, né espiazione, né grazia; non esiste il male, pertanto nessuno è responsabile del male. Non si deve temere la morte, perché c’è la reincarnazione, non la risurrezione. La religione consiste nel proiettare le proprie aspettative, è una religione su misura. È il “pensiero debole” religioso di una società secolarizzata e individualista. Rifiuta totalmente il Cristianesimo.

7. Il principio della diversità

Non vi è unità ma solo frammentazione. La società si trasforma in gruppi di simboli, associazioni, movimenti. La solidità del partito politico, l’individuo, la nazione, sono così sostituiti.

8. La tolleranza

Con la comunicazione rapida la società attuale acquisisce le caratteristiche di essere pluriculturale e plurirazziale. È una società senza equilibrio.

9. Il mondo

Si parte da un ecologismo totalizzante che persegue lo sviluppo sostenibile, che si suole definire come “la Pace Verde” e si colloca come reazione contro gli effetti perversi del dominio tecnologico. L’affermazione centrale è che l’uomo dipende dalla natura e non la natura dall’uomo.

Il mondo non ha né senso né valore, non ha alcuna meta. È desacralizzato. Non esiste più come creazione di Dio ma come universo o universi, come mondi infiniti soggetti alle scienze chiamate a scoprirli e a dominarli, e in caso di prosperità, sfruttarli. Il mondo è così incerto, debole e con un futuro imprevedibile . È solo un deposito di cose e oggetti, non ha alcun ordine divino inserito nelle leggi della natura. Le scienze non mirano alla costruzione umana ma al progresso come tale; si dirigono alla loro finalità pratica, per esempio, accrescere il benessere, nutrirsi meglio, vivere meglio, ecc., senza alcuna valutazione etica. La tecnica e il sapere scientifico sono motivati dai loro interessi economici e dai contratti commerciali; resta totalmente soppressa la gratuità. Gli orizzonti della loro speranza si rinchiudono in ciò che è provvisorio e in ciò che è immediatamente accessibile.

10. L’uomo

La vita sociale si rinchiude in ciò che è economico e politico. L’uomo si sente perduto e senza possiblità di integrazione. Non ha né significato né meta; è un “turista”, un “vagabondo”, uno “straniero morale”. La funzione del significato di tutto lo dava prima la religione. Ora questa si relega al privato, senza ingerenza né economica né politica. L’uomo si pone nel posto che prima si assegnava a Dio.

Si ha un nichilismo nel campo filosofico, un relativismo nel campo gnoseologico e morale e un pragmatismo nella vita quotidiana. L’uomo non è più il centro della natura che sotto il dominio di Dio domina tutte le cose, ma una piccola parte della natura come le piante e gli animali.

Si parla di quattro epoche dell’uomo: nell’epoca moderna si professava la soggettività come fonte di verità e la libertà come supremo dominio, era l’epoca del “terzo uomo”, ora si è passati alla cultura del “quarto uomo”. Il “primo uomo” fu quello della cultura filosofica greca, il “secondo uomo” quello della cultura medievale cristiana, il “terzo uomo” l’uomo scientifico della modernità; ora siamo di fronte al “quarto uomo”, all’uomo dei consumi e dell’audiovisivo. Non si rifiuta ora né la filosofia, né la religione, né la scienza, ma si considerano come giochi linguistici nel caleidoscopio pirotecnico di un sapere non più monolitico ma pluralistico e diffuso: “Dio è morto, tuttavia si può ancora credere in Dio; le due cose in fondo si equivalgono”7. Si arriva a un sincretismo o a una indifferenza totale. Così l’uomo postmoderno rimane solo, debole, povero e insicuro; perdendo Dio ha perduto la sua identità, è “come un vagabondo che attraversa il deserto e conosce solo le piste segnate dalle sue orme, cancellate dal vento nello stesso momento in cui cammina”8.

Il primo e il secondo uomo erano una sintesi equilibrata della storia della metastoria. Tale sintesi fu distrutta dal terzo uomo che sostituì la religione e la filosofia con le scienze. Quanto alla storia dell’umanità si afferma che non vi è più storia, né passato con validità. Non vi è passato né futuro, si vive solo l’oggi nel piacere e per il piacere, per questo vale la pena di essere forte e insuperabile.

La sofferenza, specialmente nella fase terminale, non è piacevole, né buona, né utile per nessuno, per questo non ha senso, si deve eliminarla con qualsiasi mezzo disponibile (suicidio, eutanasia, ecc.). Si invitano i superuomini, che Engelhardt chiama “cosmopoliti” e che sarebbero gli esperti in biogenetica, affinché realizzino l’eutanasia aiutando il paziente terminale “a morire con dignità”.

Il quarto uomo è un uomo senza qualità. È passato dalla tecnologia dei bisogni alla tecnologia dei desideri. Sente solo desideri da accontentare e soddisfare, non più necessità. Questo lo può realizzare specialmente con la tecnologia più appropriata, cioè i mezzi audiovisivi. Il sapere filosofico era proprio del primo uomo, il religioso del secondo, lo scientifico del terzo, il sapere espressivo del quarto. Vi è una confusione tra il volto e la maschera, tra la storia e la favola. I mezzi di comunicazione creano questa confusione in modo che infine neppure la favola esiste. Questo è il nuovo sapere, è il sapere dell’arte o estetico. Così si costituisce l’uomo radicale. L’uomo radicale professa un individualismo totale, possessivo e anarchico; si manifesta in una serie di negazioni: è antifamiliare, antimilitarista, anticlericale, antipartito, antistatale. Alla sua spontaneità attribuisce un valore assoluto, con le conseguenze socio-politiche della liberazione sessuale, dell’omosessualità, del femminismo, dell’aborto, del divorzio, della lotta contro i manicomi, contro le carceri, contro i concordati, per l’abolizione dell’insegnamento religioso, ecc. È l’uomo dell’anticultura radicale.

Per questo uomo, persona o individuo non sono la stessa cosa. La persona è solo un insieme di attività o di proprietà, come le operazioni mentali, l’autocoscienza, il sensoriale, la capacità comunicativa e la rappresentazione simbolica. Nel caso che queste attività non ci siano, non si è persona ma solo individuo. Così, quando per esempio si uccide un uomo che non è cosciente, non si è colpevoli poiché non si sopprime la persona ma un individuo; così spiegano la liceità della distruzione di embrioni, della clonazione terapeutica, della eugenetica, della eutanasia, ecc.

L’unico male è la repressione. Nessuno deve inibire nessuno. Al detto “tutti siamo peccatori” si contrappone “tutti siamo perfetti”. Ciascuno è la misura del bene. Così ciascuno può usare gli altri e tutto ciò che esiste come oggetti per riempire i propri desideri. Si è dunque pienamente liberi. Si hanno solo diritti, nessun obbligo. Il potere pubblico si legittima solo con il principio dell’utilità. La felicità è uguale al benessere e al piacere che non consiste nel colmare i bisogni, ma i desideri, nel consumare oggetti, cose, esperienze. Il consumismo è il nuovo dio, niente può esistere senza di esso.

L’uomo radicale non ha alcun limite se non è il contratto. La legge non lo vincola perché questa si indirizza al bene comune che si nega. Si accetta il contratto solo come reciprocità e solo nel caso che sia vantaggioso; i contratti che non siano vantaggiosi non si rinnovano. E quando la parte in svantaggio si ribella, si usa la forza di qualsiasi tipo da parte del forte e si sopprime il debole. Così si legittima la produzione, la commercializzazione indiscriminata di qualsiasi tipo di arma e si arriva alla sua soddisfazione massima. Si passa dalla difesa dei diritti dell’uomo alla difesa dell’uomo dei diritti9.

L’ambiente in cui vive questo uomo è il mondo evoluto dell’alta tecnologia in cui i Paesi ricchi desiderano dettare le norme a tutti, nella globalizzazione economica computerizzata, per vivere a scapito del mondo degli esclusi, i Paesi poveri che non contano se non come potenzialità di sfruttamento-investimento, sia di materie prime che di mano d’opera a buon mercato. Gli investimenti si fanno in mani anonime di società per azioni nelle quali l’unico movente è il maggior guadagno economico secondo la variazione dei mercati, senza curarsi dei disordini economici prodotti nei Paesi poveri per la fuga dei capitali all’estero.

Di conseguenza abbiamo la “scienza senza coscienza” come espressione dell’“Homo potens”, signore della vita e della morte, che tuttavia continua a temere la morte che ha voluto mascherare, arrivando persino, nei funerali, ad atteggiare un sorriso sul volto dei cadaveri. Malgrado tutto, l’esperienza accerta che l’“Homo potens” nel profondo è diventato, anche se molte volte non lo confessa, l’“Homo pavidus”.

Non c’è da sorprendersi se in un mondo che si vuole strutturare in questo modo ci troviamo con la depressione come il maggior assassino che esista.

Come senza dubbio ascolteremo in questa conferenza internazionale, nella cultura della postmodernità ci sarà chi spiegherà la depressione come un conflitto motivato da vecchi tabù sessuali esaminati dalla psicoanalisi; oppure da problemi biologici causati dalla serotonina o noradenalina; o con quelli che chiamano “conflitti cognitivisti cerebrali”, che sarebbero qualcosa di simile ai bug o virus nei computer; o anche che l’attribuiscano a reazioni chiamate sistemiche perché si possono curare ricorrendo al “sistema” entro una terapia familiare; altri ricorreranno alle teorie della Gestalt opinando che la depressione si deve a una specie di schema psichico, creato da fattori endogeni ed esogeni, che nell’istinto di conservazione rifiuta un evento sgradevole.

Non c’è dubbio che vi siano depressioni dovute a disturbi fisiologici e che pertanto si devono curare con medicinali che li risolvano. Altri disturbi saranno psicologici, affettivi o di qualsiasi altro genere; ma nel fondo si trova a mio parere tutta questa mentalità postmoderna che abbiamo cercato di sintetizzare e sistematizzare, che in un modo più o meno esplicito penetra i contenuti culturali della società attuale che ci dà la paralogia della instabilità. È il declino del pensiero che si è chiamato con proprietà “pensiero debole” e che come tale non può generare nessun altra cosa che la orrenda cultura della morte, che provocando nel profondo una paura incontrollabile si esprime apertamente con tutta una serie di depressioni.

S. Tommaso d’Aquino e la depressione

Mi sia permesso terminare questa introduzione contrastando l’assurdo pensiero dell’anticultura radicale con alcuni aspetti del pensiero “forte” medievale tratti da uno dei suoi pensatori più significativi, S. Tommaso d’Aquino, che a suo modo, con il termine di accidia si avvicinava a ciò che oggi chiamiamo depressione. Così come in un quadro del Caravaggio, con il chiaroscuro di S. Tommaso e della Postmodernità, inquadriamo lo studio che faremo in seguito.

S. Tommaso, riassumendo il pensiero di S. Gregorio, di S. Giovanni Damasceno, di S. Isidoro di Siviglia e del Maestro Cassiano, ci dà una sintesi di aspetti che si consideravano di grande importanza nel pensiero ecclesiastico e che a mio parere nella nostra epoca possono essere meditati con profitto riguardo alla depressione e al suo rimedio.

L’accidia, dice S. Tommaso, è una specie di tristezza che ha una connotazione corporale, aumentando con il calore del giorno e della stagione; con essa qualcuno si lamenta di non avere i frutti spirituali desiderati. Si deve sopportarla e superarla. Deprime in tal modo l’animo che al depresso niente richiama l’attenzione e così si aggrava la sua tristezza10. Implica il tedio di agire. È un torpore della mente che non lascia iniziare niente di buono. “Torpor mentis bona negligentis inchoare”. È male in sé e nei suoi effetti. È male in sé perché apprezza come male ciò che è bene. È male nei suoi effetti perché distoglie l’uomo dall’agire bene. La sua malvagità si accentra sui suoi stessi desideri. È una tristezza che si sperimenta a causa di qualcosa che è buono. Si accresce con l’interazione corporale deficiente. L’accidia disprezza i beni che Dio ci dà. La si vince pensando e sperimentando i beni spirituali11.

Secondo S. Gregorio le figlie dell’accidia sono sei: malizia, rancore, pusillanimità, disperazione, torpore sui precetti, divagazione della mente verso ciò che è illecito12. S. Isidoro dice che l’accidia è un’inclinazione a un riposo indebito 13, e da essa si originano l’ozio, la sonnolenza, l’inopportunità della mente, l’inquietudine del corpo, l’instabilità, la verbosità e la curiosità.

È una specie di tristezza sotto il cui peso si è incitati a determinate azioni. Spinge l’animo a fare ciò che più intristisce ed evitare ciò che può rallegrare. Per evitarla è necessario che l’uomo fugga da ciò che gli causa tristezza o che si separi da coloro che lo rattristano. Un altro modo è che faccia ciò che gli aggrada. La fuga del fine si deve alla disperazione; la fuga dei beni che portano al fine, alla pusillanimità; il non adempiere ai precetti, al torpore, l’impugnazione di quelli che propongono i beni spirituali, al rancore; l’odio dei beni spirituali, alla malizia; lasciare ciò che è spirituale per gli appetiti materiali, si fa per la divagazione della mente verso ciò che è illecito. Si origina così l’amarezza come effetto del rancore14.

L’accidia si oppone alla gioia. Consiste nel rattristarsi per il bene divino di cui si gode per la carità. Cassiano dice che l’accidia si ha frequentemente in coloro che vivono soli e che è il nemico più contagioso e frequente di coloro che abitano nel deserto15.

L’accidia è la tristezza del bene spirituale inteso come bene divino. E arriva ad essere peccato mortale quando ottiene tutto il consenso della ragione come fuga, avversione e odio del bene divino. Quando non arriva alla piena coscienza, ma rimane nei sensi, allora non è che un peccato veniale. Non consiste nell’allontanarsi da qualsiasi bene spirituale, ma dal bene divino. Anche se tra i santi si hanno certi aspetti di accidia, non arrivarono a consentirla pienamente16.

Conclusione

Sembra che arriviamo così a collegare S. Tommaso con la postmodernità: l’accidia è in ultima analisi la tristezza per il bene divino che si gode con la carità. Questo bene divino non è altro che la stessa vita divina. Rattristarsi per essa è intenderla come un male, come un inconveniente, negarla. Negare la vita è la morte. Tutto il pensiero della postmodernità sfocia nella morte, nella cosiddetta anticultura radicale del quarto uomo. L’accidia confluisce così nell’“homo pavidus” postmoderno, nell’uomo depresso. L’unico rimedio è l’affermazione della vita di fronte all’anticultura della morte. L’unica affermazione incontestabile della vita è la risurrezione. Solo la risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione in Lui, fuori da qualsiasi invenzione geniale religiosa ma come un fatto accaduto e che accade, allontana la depressione da qualsiasi palliativo e arriva alle sue ultime radici distruggendole completamente, poiché distrugge la morte.

Quindi tutte queste idee sintetiche sulla postmodernità e su S. Tommaso d’Aquino servono come una piccola introduzione alla nostra conferenza internazionale sulla depressione.

Iniziamo le nostre riflessioni con la lezione magisteriale di sua Eminenza il Cardinale José Saraiva Martins, che tratterà dell’antropologia biblica e la fede cristiana in relazione alla depressione. Dopo le sue riflessioni procederemo nei tre passi della Conferenza che abbiamo illustrato nel nostro programma: prima approfondiremo che cosa è la depressione, poi cercheremo di comprenderla alla luce della Parola di Dio e finalmente estrarremo delle conclusioni pratiche su come affrontarla.

Ringrazio fin d’ora con la più grande cordialità tutti i grandi esperti che ci faranno il favore di accompagnarci in questa riflessione mettendo a nostra disposizione il loro sapere, la loro scienza e la loro competenza: che non vi è dubbio apportano un aiuto insostituibile per compiere la missione che il Santo Padre ci ha affidato nel Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute. Una volta ancora, molte grazie a loro e molte grazie a tutti per la loro qualificata presenza.

 

Note

1 Cfr. I Sanna, L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Brescia, 2001, 160-161.

2 Cfr. F. Nietzche, Ecce homo, Wie man wird was man ist, Trad. italiana: Come si diventa ciò che si é, Milano 1965, 80-117.

3 Cfr. M. Heidegger, Aus der Erfahrung des Denkens, Pfullingen 1953,76. Essere e tempo, Milano 1976, 168-178.

4 Cfr. L. Wittgenstein, Tractatus lógico-philosophicus, Torino, 1964, prop. 6,52, 521, 41, 42, 4311; Ricerche filosofiche, Torino, 1967I, 124, 130-132. Tractatus Lógico-philosophicus e Quaderni, 1914-1916, prop. 8,7,16., prop. 8,7,16.

5 J-F Lyotard, Il postmoderno spiegato ai bambini, Milano 1987, 28; La condizione postmoderna, Milano 1981, 6,20-24, 69-76, 98-122; Postmoderno e filosofia, 410.

6 Per le opere di Vattimo, si veda: G. Fornero, Postmoderno e filosofia, 411-420; Il Postmoderno e le sue filosofie, in Le Filosofie del novecento, ed. G. Fronero-Tassinari, Milano 2002, 1204-1214. Cfr. G. Vattimo, La fine della Modernità, Nichilismo ed ermeneutica nella cultura postmoderna, Milano 1985, 9-30,189; Credere di credere. È possibile essere cristiano nonostante la Chiesa?, Milano 1996, 25-26; Dopo la cristianità. Per un Cristianesimo non religioso, Milano 2002, 57-58; Filosofia al presente, 26; La società trasparente, Milano 1989, 11-17.

7 G. Morra, Il quarto uomo, Roma 1992, 11-23.

8 I. Sanna, L’Antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Brescia 2001, 337.

9 Per questa sintesi della Postmodernità, cfr. Isaías Dies del Rìo, Postmodernidad y nueva religiosidad, RelCult XXXIX (1993) 59-63. M.P. Gallagher, Parlare di Dio all’uomo postmoderno. Linee di discussione, ed. Pouppard, Roma 1994, 5,7; Fede e cultura, Cinisello Balsamo (Milano) 1999, 103-108; 124-125; G. Bruni, Dire Dio agli uomini d’oggi, ed. Pouppard, Roma 1994, 26-27; G. Foriero, Postmoderno e Filosofia, Torino 1994, 411; N. Abbagnano-G. Fornero, Ecologia, Torino 1994, 335; I. Sanna, op. cit. 220-236; Ch. Taylor, Il disagio della modernità, Roma-Bari 1994, 12-14; G. Mucci, La diffusione dell’Individualismo, Civ.Catt. (1997), 468-477; R. Cesarani, Raccontare il postmoderno, Torino 1997, 140-145; D. Harvey, La crisi della Modernità, Milano 1993, 63; Gatto Troci, Nomadi spirituali, Milano 1998, 17; Ch. Siniscalchi, Il dio della California, Roma 1998, 33-34; G. Filoramo, Il risveglio della gnosi ovvero diventare dio; Roma-Bari, 1990; J. Vernette, La nuova era, Roma 1998, 111-123; F. Volipi, Nichilismo o nichilismo, Dfil 756-758; A. Santucci, Nichilismo, EncFil III, 890-891; V. Posenti, Terza Navigazione, Nichilismo e Metafisica, Roma 1998, 352-353; G. Ardisone, Il postmoderno, Milano 1998, 28-32; Z. Bauman, Postmodern Ethics, Oxford-Cambridge 1993, 240; Dotolo, Secolarismo e Nichilismo nella Fides et ratio, Cinisello Balsamo 1999, 270; S. Latora, La ripresa del primato dell’Etica, Cinisello Balsamo 1994, 125-126; M. Mckeever, Postmodern with a difference, StMore 37 (1999) 185-214; R. Fratallone, L’etica teologica e le istanze della postmodernità, Cinisello Balsamo 1994, 76-77; G. Chiurasi, Il postmoderno, Torino 1999, 18-22; S. Cremaschi, Ecologismo, ENCFSU, 243.

10 S. Giovanni Damasceno, De Fide ortodoxa I.II, c.14. MG 94, 932B.

11 S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Seconda Secundae, q.35, a. 1 Marietti, 1952.

12 S. Gregorio, XXXI Moral C. 45 al 17 in Vet 31 n,88 ML 76, 621 B.

13 S. Isidoro, De Summo Bono, Al. Senten. I.II, c. 37 ML 83, 638 C.

14 S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Seconda Secundae, q,35, a. 4. Marietti, 1952.

15 Casianus, Lib. X de Insitutis Cenobiorum, ML 49,363 A.

16 S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Seconda Secundae, q.35, a. 2-3.