| DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Prima Sessione: La situazione attuale della depressione nel mondo contemporaneo |
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La situazione attuale della depressione
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7. Stress, esaurimento. La missione e i mass mediaIntroduzioneÈ venerdì, nel tardo pomeriggio. Sono nel mio ufficio dell’Istituto Southdown nell’Ontario, Canada. In precedenza, durante il giorno, un medico è venuto a trovarmi a causa di un crescente senso di disperazione dovuto alla diffusione degli scandali nella Chiesa. Un meraviglioso laico consacrato ha detto: “Mi domando se queste mura sono abbastanza grandi da contenere tutte le lacrime”. Nello stesso giorno, un sacerdote aveva tentato di asfissiarsi, fortunatamente senza riuscirvi. Una paziente borderline aveva trovato il modo di tagliarsi le vene. Una continua processione di superiori religiosi e vescovi, stressati e profondamente rattristati, era entrata e uscita dal mio ufficio. Proprio mentre aspetto che la giornata finisca, il telefono squilla: è un reporter del National Post che chiede un’intervista. Un giorno tipico nella vita di un amministratore sanitario. Ci si sorprende se ho cominciato ad avere qualche difficoltà nell’addormentarmi, di notte? La mia situazione non è dissimile da quella di molte persone che hanno una posizione di leadership e che devono fronteggiare una richiesta pressante di tempo ed emozioni. E, come se le normali richieste legate alla posizione di leadership non fossero sufficienti, si aggiunge il quadro della realtà di vita di un ambiente globale in cui ci sentiamo molto meno sicuri di dieci anni fa. Siamo tutti consapevoli della nostra fragilità e vulnerabilità in quanto esseri umani. Il terrorismo, la guerra e una serie di catastrofi ambientali esercitano un silenzioso logorio su di noi. Inoltre, si aggiunge l’essere scossi da una crisi di credibilità della Chiesa dovuta alla condotta deviante di pochi. Siamo tutti al limite, lottiamo con un crescente stress che rende difficile, perfino per i più forti di noi, mantenere il senso dell’equilibrio. Questo semplicemente per dire che non dovrebbe sembrare per noi irrealistico o aberrante sentirci sulla difensiva, ansiosi, forse irritati, quando un “estraneo” improvvisamente viene nel nostro mondo caotico e cerca di fare un servizio giornalistico. In questi momenti, ci sentiamo completamente vulnerabili, sfruttati, presi alla sprovvista. In un tale stato diventa difficile considerare i professionisti dei mass media come colleghi e come un mezzo per tentare di presentare un aspetto veritiero al pubblico. Chiaramente, in ogni settore ci sono persone che provocano un danno ai loro colleghi a causa della poca aderenza ai principi etici della propria professione. Questo è tristemente vero nel nostro ministero di sacerdoti e religiosi ed è vero in professioni come il giornalismo. Controllare tutti coloro che deliberatamente scelgono di voler sbalordire, sfruttare o distorcere la verità è un fatto che va oltre la nostra capacità. Allo stesso tempo, è pericoloso etichettare un’intera professione basandosi sul comportamento non scrupoloso di una minoranza. Per esempio, dire che tutto il personale dei mass media è determinato a sfruttare le situazioni è analogo al dire che tutto il clero è sessualmente deviato. Entrambe le asserzioni sono pericolose: entrambe sono basate sulla distorsione e sull’ignoranza. In questa sede mi concentro su ciò che noi possiamo fare tramite una preparazione interiore per trattare lo stress, specialmente per ciò che riguarda l’impegno dei mass media nelle situazioni molto delicate – qualunque esse siano – che influenzano profondamente le nostre vite di leader cattolici. Prima di tutto, farò alcune considerazioni riguardo alla gestione dello stress, in generale. Poi mi concentrerò sui due componenti che io credo possano aiutarci per diminuire i nostri livelli di stress quando abbiamo a che fare con i mass media: primo, un sostanziale “lavoro interiore” personale basato sulla comunità e sulla preghiera; secondo, lo sviluppo di una efficace strategia di comunicazione che ripristini in qualche modo il nostro controllo nelle situazioni cariche di tensione. Capisco che questo sia un tema davvero ampio da svolgere in così poco spazio ma conto sulla vostra comprensione. Stress, esaurimento e rendimento efficace sul posto di lavoroLo stress è una risposta psicologica alla persistente, dolorosa sensazione di elevato pericolo, o al timore di essere ferito. Il termine eufemistico “esaurimento” è spesso usato per descrivere ciò che accade a chi ha subito una prolungata esposizione ad una situazione molto stressante, e che sperimenta una combinazione di risposte emozionali e fisiche. Tra i moltissimi sintomi sono inclusi: ansia, depressione, irritabilità, rabbia, una diminuita stima di sé, senso di autocritica, difficoltà nella concentrazione, problemi nel prendere decisioni e leggere difficoltà nel formulare giudizi. Alcuni ricercatori si sono chiesti se una maggiore propensione a farsi carico dei bisogni dell’altro esponga coloro che si prendono cura del prossimo a un maggior rischio di depressione. In altre parole, potremmo essere più soggetti allo stress a causa dei nostri ruoli nel ministero e nelle professioni sanitarie? Questa ipotesi però non è confermata (Bersoff e Glass, 1982; Thomas e Keznioff, 1984)1: l’interesse per gli altri non è necessariamente un fattore che favorisce la depressione. Storicamente, gruppi di ricerca sullo stress hanno identificato alcuni fattori che sembravano aiutare le persone a combattere, contenere e sconfiggere lo stress nel posto di lavoro. Si crede generalmente che se le persone hanno un sufficiente grado di autonomia, percepito nel controllo di alcuni aspetti del loro ambiente, se hanno sviluppato efficaci strategie di negoziazione e se hanno possibilità di crescita professionale e una buona comunicazione di gruppo, lo stress dovrebbe essere ridotto e la produttività dovrebbe aumentare. La recente ricerca, inoltre, ha identificato ulteriori fattori che accrescono la capacità della persona di resistere agli effetti nocivi dello stress e di mantenere l’equilibrio emotivo e fisico nell’affrontare eventi disturbanti: salute fisica, autostima, sostegno sociale e un senso di controllo sulla propria vita2. È interessante lo studio longitudinale condotto da Cary Cherniss e pubblicato nel libro Beyond Burnout3, in cui gli assistenti sanitari sono stati osservati per un periodo di dieci anni. La ricerca di Cherniss è giunta a curiose scoperte, che hanno suggerito che questi elementi non sono sufficienti a prevenire lo stress e l’esaurimento e che ci sono notevoli eccezioni alle precedenti ipotesi. Perfino dopo, le persone avevano acquisito un senso di autonomia, di comunanza, di sicurezza ed erano impegnate in lavori in cui esse rivelavano la loro abilità. Molti di loro si erano ricavati in confortevoli nicchie, non impegnandosi in progetti creativi ma piuttosto scegliendo di nascondersi dietro una routine familiare. Questo fatto certamente non favoriva gli obiettivi delle rispettive organizzazioni: come impiegati manifestavano poco entusiasmo o passione per il lavoro che essi stavano svolgendo. Molti, invece, erano completamente soddisfatti di sé ma si erano, malgrado tutte le previsioni, lasciati andare a manifestazioni di stress, noia ed esaurimento. Cosa rivelarono queste scoperte? Se vi erano tutti i requisiti per compensare gli avvenimenti stressanti, perché questi lavoratori si sentivano esauriti? Cherniss ha scoperto che l’elemento chiave mancante nell’esperienza di questi individui era la percezione di uno scopo morale nel lavoro. Inoltre, nello stesso studio, si è riscontrato che un sotto-gruppo della popolazione non era vittima dello stress. Essi rappresentavano un’eccezione statisticamente significativa. Gli individui di questo sotto-gruppo lavoravano in ambienti in cui erano presenti tutte le condizioni tipicamente associate con lo sviluppo di un livello estremamente alto di stress. Spesso lavoravano sette giorni alla settimana, anno dopo anno, avevano poca autonomia ed eseguivano dei compiti molto umili e di routine (il sotto-gruppo comprendeva un gruppo di donne religiose). Quali elementi differenziavano questo gruppo dagli altri? Lo stress era mitigato da un senso irresistibile di “scopo morale”. Potremo chiamarlo un forte senso della missione. Se le persone sentivano di far parte di un sistema destinato a offrire un servizio, esse erano lontane dal rischio di diventare vittime di esaurimento e stress debilitante, indipendentemente dagli sforzi fatti per assicurare un salutare ambiente di lavoro. Rivolgendo un’istanza al nostro ministero, perciò, sembrerebbe che un antidoto significativo all’effetto nocivo dello stress sia la nostra manifesta consapevolezza della nostra partecipazione all’opera di guarigione di Gesù. Per rimanere agenti attivi nel vivere il Vangelo, tutti noi che serviamo nelle istituzioni cattoliche dobbiamo continuamente valutare se il nostro modo di rivolgerci alla missione sia adeguato, rispondente alle necessità critiche dei nostri tempi. Le persone che sono diventate sicure e soddisfatte, passive e tranquille, o paralizzate dall’ansietà sono incapaci di fare gli adattamenti radicali richiesti in un ambiente di continui cambiamenti globali. Esse compromettono la vita futura delle loro istituzioni, il benessere di coloro che assistono, e infine danneggiano anche se stessi. Chi amministra i servizi di assistenza sanitaria e chi opera a contatto col pubblico va chiaramente incontro ad un rischio più elevato di stress debilitante, che conduce ad una diminuzione del rendimento e alla frustrazione. Il rischio si intensifica quando è scarsa la percezione di appartenere ad una comunità di colleghi che condividono la missione, che hanno un forte senso dello scopo morale. Il senso di missione collegiale, un collegamento tra la spiritualità e il lavoro quotidiano, e un appassionato impegno al ministero della guarigione di Gesù aiutano a mitigare gli effetti nocivi dello stress. Vorrei condividere con voi un esempio di come un nostro gruppo riuscì a sottrarsi alla depressione condivisa, all’esaurimento e all’eccesso di stress e ansia. Un giorno, al culmine della crisi legata agli abusi sessuali, un gruppo di colleghi ed io stavamo discutendo su come fare per non essere adirati, sdegnati, duri o sulla difensiva quando dovevamo affrontare una miriade di reporter e giornalisti ansiosi di scrivere i loro articoli. Ancora più seriamente iniziammo a discutere su cosa fare per non interiorizzare l’angoscia e l’ansia che ci circondava. Uno psicologo osservò che forse i nostri 110 dipendenti avrebbero dovuto prendersi un giorno di vacanza e pregare insieme. Dopo esserci accordati con gli altri membri del personale, una volta ottenuta la copertura della sostituzione, abbiamo trascorso un giorno in preghiera per i nostri pazienti, per la Chiesa, per noi. Riconoscemmo il tributo che doveva essere pagato da ciascuno di noi; riuscimmo a dare un nome ai nostri sentimenti; capimmo di che cosa avevamo bisogno per poterci sentire di nuovo incoraggiati. Collettivamente rifiutavamo di dover diventare soltanto parte di un sistema di distribuzione di cure sanitarie. Stavamo diventando una comunità di operatori sanitari sempre più profondamente impegnati in una missione di guarigione. Nessuno di noi era solo. Appena sentivo il sostegno dei miei colleghi e trovando il tempo per la preghiera personale o per pregare con loro, sentivo che il mio livello di stress diminuiva significativamente quando i reporter apparivano sulla porta. Sentivo che facevo parte di una comunità di uomini e di donne appassionati nel loro impegno di aiutare gli altri a sperimentare il potere di guarigione di Dio. La mia ansia diminuì; il mio pensiero divenne più chiaro; il mio senso di autocontrollo aumentò. Non avevo più la sensazione che il peso degli eventi gravasse solamente su di me, né io avevo più paura di fare errori. Noi eravamo uniti e il nostro era un lavoro sacro. Quando noi non ci sentiamo sostenuti o abbiamo perduto di vista il significato di ciò che stiamo facendo, siamo in un pericolo maggiore di cadere in schemi di mancanza della sicurezza psichica. Quando questo accade, non partecipiamo alla missione nella misura alla quale una volta aspiravamo. Come i soggetti della ricerca, è probabile che ci ritroviamo ad essere troppo irritabili, stressati, sulla difensiva e ansiosi. In questo stato, i mass media diventano solo un qualcosa di irritante in una giornata già troppo difficile. Condivido questo incidente con voi, non perché sia stata io ad aver preso l’iniziativa di soccorrere il gruppo degli assistenti sanitari – fu un collega il cui senso intuitivo di precarietà della nostra persona collegiale ci ha voluto proteggere. Lo condivido con voi perché, in qualche modo provvidenziale, il mio collega ci guidò verso una azione da intraprendere, che ci liberò e che, con mia grande gratitudine, mi rese capace di rispondere con più libertà e coraggio a un complesso di circostanze straordinariamente difficili. In quel periodo non conoscevo la ricerca di Cherniss, ma di fatto ne constatammo i risultati. La preghiera comunitaria, personale e collettiva, ci fece riflettere sul significato e sul carattere sacro del lavoro nel quale siamo impegnati – questo è il lavoro interiore preparatorio di cui abbiamo bisogno per immunizzarci dai deleteri effetti dello stress. Come Victor Frankl scrisse molto eloquentemente, “La sofferenza cessa di farci soffrire, in qualche modo, nel momento in cui si trova un significato, come il significato del sacrificio”4. Lavorare con i mass mediaUn altro elemento che ci può aiutare a non rispondere stando sulla difensiva o a non sentire un senso di vittimismo è un appropriato addestramento nel trattare con i mass media. Questo fa parte del recupero del senso di autocontrollo e di fiducia. Ci permette di usufruire di alcuni degli elementi identificati dai ricercatori come di benefici nel diminuire l’ansia. Insieme al necessario lavoro interiore di riflessione collegiale, credo che possiamo aiutarci nel rielaborare le crisi che si sono evidenziate con il coinvolgimento dei mass media. È comprensibile che siamo intimiditi quando affrontiamo i reporter. Potremmo aver paura di commettere un errore irreparabile che diventerebbe immediatamente pubblico; potremmo sentirci sulla difensiva o incompetenti, o fuori controllo, sentendoci inadeguati nelle nostre risposte, il che non é normalmente nel nostro stile. In breve, la situazione serve a mettere in evidenza la nostra vulnerabilità, generando livelli di stress che si rivelerebbero distruttivi se non avessimo fatto il nostro lavoro interiore sulla persona e se non avessimo anticipato la situazione potenziale di stress. Un collega dei mass media5 ci ha incoraggiato a prepararci per imparare a trattare con i reporter e i giornalisti. Egli suggerisce che noi sviluppiamo preventivamente un piano di gestione della crisi (ad esempio, qualcosa che accadendo attirerebbe l’attenzione dei mass media). Un tale piano dovrebbe essere chiaro nel prevedere chi tratterà la situazione pubblicamente. Dovrebbe includere uno sviluppo delle relazioni con i mass media e le procedure e le linee di condotta per le comunicazioni di crisi. Certamente molti gruppi hanno una tale linea di condotta, ma l’ansia ancora abbonda. La programmazione senza l’addestramento non è sufficiente. L’addestramento e la pratica sono dei forti antidoti all’ansia e devono essere inclusi in ogni progetto di gestione dei mass media. Partecipare ai seminari destinati ad assistere i leader nella gestione dei mass media; identificare e praticare tecniche di distribuzione; imparare le comuni trappole in cui si può cadere: tutto questo aiuta i leader ad avere più controllo delle situazioni, a non essere vittime dell’ansia, a ridurre il rischio di restare intrappolati nella palude di una debilitante ansia. Quando abbiamo la padronanza nell’abilità di far sì che i reporter facciano le domande che vogliamo; quando ci sentiamo a nostro agio nell’evitare i trabocchetti comuni dell’opinione personale, spontaneamente, o pronosticando il futuro; quando abbiamo evitato che ci venga rivolto un argomento in cui non siamo esperti, per dirne alcuni, siamo sulla via giusta per riguadagnare un senso del controllo personale e l’autorità in relazione ai mass media. Per riassumere, Frank Emmerson, un consulente che addestra i leader a lavorare con i reporter e i giornalisti, suggerisce sei punti di strategia della comunicazione di crisi che dovrebbero essere sviluppati da ogni leader che deve fronteggiare un impegno con i mass media: – programmare: sviluppare le relazioni con i mass media, le procedure e le tattiche delle comunicazioni delle crisi; – addestrare: assicurarsi che tutto il personale sia consapevole di queste procedure e di questi ruoli; – preparare: predisporre pubblicazioni trafiletti di comunicazione delle crisi; – anticipare: monitor che fa apparire le pubblicazioni “calde”; – rispondere: occuparsi immediatamente della stampa; – valutare: riesaminare l’adeguatezza e l’efficacia delle procedure e delle linee di condotta e se necessario revisionarle. Quando una tale strategia è in azione, noi ci sentiamo meno incompetenti, meno fuori controllo, e meno terrorizzati quando dobbiamo affrontare un evento potenziale con i mass media. Ritengo opportuno ripetere, tuttavia, che la sola strategia non è sufficiente. Dobbiamo applicarci ad un lavoro interiore di riflessione collettiva che ci faccia avere la visione chiara e ferma del nostro impegno nella missione di guarigione di Gesù. Come ha detto il mio collega così acutamente: “Le mura di questo luogo non sono ampie abbastanza per contenere le lacrime”. Ma quando abbiamo il sostegno e la preghiera di ognuno di noi, qualunque crisi ci capiti, la comunione dei cuori umani nella compassione di Dio ci può sostenere più di quello che immaginiamo. Suor DONNA J. Markham, OP
Note1 In Wilson J., Raphael B. International Handbook of Traumatic Stress Syndromes. New York, Plenum Press, 1993. 2 Howarth I., Dussuyer I. Helping people cope with the long-term effects of stress. In: Fisher S., Reason J. (eds). Handbook of life stress, cognition and health. New York, Wiley, 1988. 3 Cherniss C. Beyond Burnout: Helping teachers, nurses, therapists and lawyers recover from stress and disillusionment. New York, Routledge, 1995. 4 Frankl VE. Man’s search for meaning. New York, Mass Market Paperback, 1997. 5 Frank Emmerson, autore di Though Questions under Fire: Media Interview Skills for Leaders. Emmerson Communications, 2002. Frank ci preparò a lavorare con i mass media quando dovemmo fronteggiare la crisi nel clero. |