DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Prima Sessione: La situazione attuale della depressione nel mondo contemporaneo
 

La situazione attuale della depressione
nel mondo contemporaneo

9. Le idee depressive del mondo contemporaneo

1. È per me una gioia condividere con voi alcune opinioni del Pontificio Consiglio della Cultura su «Le idee depressive del mondo contemporaneo». Il mio punto di vista non sarà certo quello del medico, dello psicanalista, o del sociologo, bensì quello dell’umanista cristiano che ravvisa, nella cultura dominante, numerosi punti di rottura nei quali l’uomo si trova in una situazione-limite e diventa particolarmente vulnerabile, fino a sprofondare nei vari sintomi della depressione, in cui, da Prometeo a Sisifo, la post-modernità sembra inabissarsi in Narciso.

Saluto cordialmente Vostra Eminenza, come pure i suoi collaboratori del Pontificio Consiglio per Pastorale della Salute. Il tema della depressione merita la più grand’attenzione da parte della Chiesa, e mi auguro che i lavori di questa XVIII Conferenza possano apportarvi un contributo.

2. I medici definiscono la depressione come «una turba patologica dell’umore» che si manifesta, tra le altre cose, con una tristezza dilagante, idee cupe, il ripiegamento su se stessi e l’ossessione della morte. La depressione viene vissuta come un fallimento, l’esperienza del vuoto che devasta un’intera vita e la fa scivolare in un baratro. La persona depressa pensa di non potersi più battere, di ritrovarsi in un abisso, di essere in balia di una marea che destruttura, stritola e fa affogare. Poi viene la paura, che arriva a diventare terrore. Nei suoi occhi, è presente la luce sconvolta di chi ha creduto di vedere il nulla. La noia l’afferra. La volontà l’abbandona. L’indifferenza la paralizza. Nulla ha più senso: una nausea tenace l’invade, fino alla disperazione e alla voglia di morire.

Questo dramma interiore che colpisce un numero troppo grande di persone, uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, artisti e grandi di questo mondo, come pure sportivi e umili artigiani, trova indubbiamente nella cultura contemporanea dei fattori aggravanti che si traducono nelle cifre e nelle statistiche che conosciamo e che ci inquietano. Tutto avviene come se la cultura dominante provocasse nei nostri contemporanei – per usare un’immagine presa in prestito dalla geologia – un’incrinatura nel più profondo del loro essere, poi una crepa, e infine una fenditura tra placche d’identità che invece dovrebbe congiungere per lo sviluppo delle molteplici potenzialità di cui disponiamo. Disgiunte, tali «placche» permettono che si intrufoli la depressione, portatrice di regressione verso sé e di aggressione verso l’altro, nel disprezzo di un ideale di vita e dei suoi valori che strutturano la personalità.

Dieci anni fa, il nostro amico Tony Anatrella, in un saggio  diceva «No» alla società depressiva, «minacciata d’implosione, in cui l’individuo, in assenza di ogni progetto e di ogni dimensione a lui esterna, si trova ricondotto alla sua sola soggettività… Un “tête à tête” distruttore in una interiorità in crisi e una vita pulsionale che si istalla nei primi stadi; regressione che ha come effetto anche quello di dissolvere il legame sociale nel disprezzo delle radici della nostra civiltà»1.

3. La persona umana, in effetti, è ricca di una grande varietà di dimensioni, ed è dal loro fiorire che nasce la cultura, fonte della civiltà nei suoi svariati elementi: «Con il termine generico di “cultura” – sottolinea il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano» (Gaudium et spes, 53).

Non c’è cultura se non quella dell’uomo, mediante l’uomo e per l’uomo. Il Documento del Pontificio Consiglio per la Cultura, Per una pastorale della cultura, ricorda che «la cultura è così connaturata nell’uomo che la sua natura non ha volto se non quando si realizza nella sua cultura»2. Occorre dunque discernere ciò che, nella cultura dominante, snatura l’uomo e nuoce al suo sviluppo, «nella sua intelligenza e la sua affettività, la sua ricerca di senso, i suoi costumi e i suoi riferimenti etici e la sua apertura alla trascendenza». I contro-valori che sfaldano l’armonia di una cultura, ambito nel quale gli uomini e i popoli coltivano la loro relazione con la natura e con i loro fratelli, con se stessi e con Dio, sono il prodotto di idee depressive che portano in embrione la distruzione dell’umanità dell’uomo e la sfigurano, al punto da renderla incapace di riconoscersi in quel che vive.

4. La vita umana si realizza nelle diverse modalità dell’attività umana. Esistere, per l’uomo, non vuol dire esistere simpliciter: egli è ovunque e allo stesso tempo homo faber e homo amicus, homo politicus e homo sapiens, e – ne siamo tutti convinti – homo religiosus. Secondo i filosofi, l’unità si acquisisce sia secondo la forma, sia secondo il fine. Constatiamo che una persona umana è perfettamente «unificata» a seconda che sia pienamente legata al suo fine, e non soltanto per il soggetto stesso che agisce. L’unità personale di un essere, ciò per il quale egli riconosce se stesso, in conformità a ciò che tenta di costruire e che fa di lui un essere unico, originale, differente dagli altri, si costruisce nella propria capacità di raggiungere il fine per il quale si è impegnato in un progetto di vita. Saranno dunque le esigenze del lavoro, dell’amicizia, della vita sociale e dell’intelligenza, unite a quelle dell’aspirazione alla trascendenza che permetteranno all’uomo, inserito in una cultura – a condizione, certo, d’essere riunite – di unificare la propria vita in uno sviluppo armonioso delle potenzialità che lo animano. Se l’unità della persona è quella dello spirito, va da sé che questo spirito nell’uomo è incarnato e si realizza unicamente in una dimensione esistenziale e non astratta.

Al contrario, la radice della perdita dell’unità personale si colloca nelle idee dominanti della cultura attuale che tendono a disprezzare il lavoro, a snaturare i legami tra gli uomini, tanto nell’amicizia quanto nella vita sociale, a chiudere lo sviluppo dell’intelligenza in una «impasse», e a far deviare l’uomo nel suo cammino verso Dio. Vorrei chiamare queste idee depressive, in quanto sono causa di un’esplosione nelle culture, che rischia di porre le donne e gli uomini del nostro tempo in quelle che il filosofo Jaspers chiama «situazioni-limite», profondamente destabilizzanti e fattori di esplosione della personalità. Sono come dei muri che si innalzano davanti a noi sotto l’influenza delle idee depressive. Per abbatterli occorrono forza, perseveranza e lucidità, con l’aiuto della grazia di Dio. Ma spetta ugualmente alla Chiesa proporre un’alternativa a queste idee, in un’autentica pastorale della cultura ispirata dall’umanesimo cristiano, a sua volta nutrito dal Vangelo.

5. L’uomo è «primitivamente» homo faber. La dimensione del lavoro, la produzione di opere belle e buone – kala kagata, dicevano gli antichi greci –, di tutto ciò che è utile alla vita quotidiana degli individui e dei popoli, è fondamentale per la vita dell’uomo e costitutiva della sua natura. Come sappiamo, è attraverso il lavoro che l’uomo entra in contatto con l’universo, che «dialoga» con la materia per conoscerla e trasformarla, nel rispetto del suo ordine intrinseco. Se l’opera prodotta nel lavoro non finalizza l’uomo in senso stretto, vediamo che tutte le situazioni limite vissute nell’ordine del fare, hanno le maggiori ripercussioni a livello psicologico. È che il lavoro è l’attività più cosciente dell’uomo, che costituisce un condizionamento estremamente forte, se non addirittura dominante, della nostra vita quotidiana. Come sottolinea Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio: «Dio, che ha dotato l’uomo d’intelligenza, d’immaginazione e di sensibilità, gli ha in tal modo fornito il mezzo onde portare in certo modo a compimento la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore… Diremo di più: vissuto in comune, condividendo speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro unisce le volontà, ravvicina gli spiriti e fonde i cuori: nel compierlo, gli uomini si scoprono fratelli»3. I fallimenti in questo campo avranno, di conseguenza, importanti ripercussioni sull’equilibrio psicologico. Si tratta dunque di smascherare le idee depressive della cultura dominante in quest’ambito, che conducono all’impasse e snaturano la dimensione umana dell’attività artistica e del lavoro dell’uomo.

Nel campo delle arti propriamente dette, va da sé che la concezione di un’arte senza valore ideale, la promozione di opere che hanno senso solo per un pubblico di cui nutrono l’immaginazione morbosa proponendo nei suoi riguardi l’esposizione delle zone più oscure della psicologia di uomini e donne disorientati, offrono un terreno favorevole alla depressione. Nella Lettera agli artisti della Pasqua del 1999, che ho avuto la gioia di presentare alla stampa internazionale, il Santo Padre Giovanni Paolo II, citando il suo compatriota Cyprian Norwid, afferma: «La bellezza è per suscitare l’entusiasmo nel lavoro, il lavoro è per rinascere». Non c’è dubbio che una sinfonia di Beethoven, la Pietà di Michelangelo e le Madonne di Botticelli introducano, attraverso la bellezza, in un mondo di senso. Al contrario, le opere contemporanee, espressive di una bruttezza corrotta, fanno pensare, nella loro provocazione, che non ci sia senso in nessuna cosa e che l’abisso sia il principio e la fine di tutte le cose. Queste devianze dell’arte contemporanea trovano, in parte, origine nella concezione di Nietzche del Superuomo, idea depressiva per eccellenza, in quanto essa introduce nel sentimento di un’identità creatrice assoluta totalmente illusoria. Non c’è, in effetti, nulla di più destabilizzante dell’illusione insormontabile, fonte di chiusura, e la tentazione del super-io apre un abisso che, prima o poi, provoca la vertigine di colui che ha l’ingenuità di credersi dio nell’esaltazione di scoprirsi creatore.

6. L’attività del facere ha anche per finalità il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo. Lo sviluppo dell’industria, conseguenza dei progressi della tecnica, la globalizzazione del commercio e della finanza internazionale, la standardizzazione dei prodotti generata dalla capacità singolare dei media di diffondere in tutto il mondo modelli unici che, spesso, non hanno altro valore se non quello di essere redditizi, sono altrettante conseguenze di una concezione depressiva della società. Questo mondo industrializzato promosso dalle ambizioni economiche di alcuni «potenti» a scapito delle idee più nobili dello sviluppo – «il nuovo nome della pace», per usare l’espressione di Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio citata più avanti – e della giustizia distributiva – che richiede la ripartizione delle ricchezze –, è la conseguenza di idee depressive ampiamente diffuse nella società moderna. Il Papa Giovanni Paolo II dice la stessa cosa quando denuncia le «strutture di peccato»: si tratta dello sviluppo, voluto da alcuni, di strutture gigantesche che generano profitti giganteschi, a totale detrimento della dignità umana, e che non hanno altre conseguenze se non la distruzione della persona umana, aprendo vere sorgenti di depressione. È questo il tema dell’Enciclica Laborem exercens già citata, in cui il Papa tratta del «lavoro, chiave della questione sociale» e offre una forte analisi delle idee depressive del mondo contemporaneo nell’ambito del lavoro umano, snaturato nella sua essenza profonda dalle «varie correnti del pensiero materialistico ed economicistico» (n. 7).

In questi ultimi anni è sorta una nuova sfida. L’artigiano, quando produce la sua opera, lavora una materia di cui apprende un certo realismo: egli scopre il divenire inerente alle «cose», l’ordine della natura di cui non è autore né padrone, e questo contatto lo nobilita impegnandolo, allo stesso tempo, nella via dell’umiltà. Oggi constatiamo con profonda tristezza che un numero non disprezzabile di scienziati intende intervenire sulla vita, a scapito dell’ordine fondamentale iscritto nella natura, a tutti i livelli delle sue diverse manifestazioni. Lo scopo dichiarato è di «produrre» esseri umani mediante la tecnica della clonazione. Non c’è qui una delle idee depressive più terrificanti che l’umanità abbia mai potuto immaginare? La tentazione di un super-io assoluto che si esprime con lo scienziato nella sua capacità di «fabbricare» l’essere più perfetto dell’universo, deriva senza dubbio dall’ordine della meta-tentazione e non può, a lungo termine, che affondare l’umanità stessa in una depressione terrificante: la vita non sarebbe più il frutto di un amore condiviso e di una libertà responsabile. Cosa diventerebbe la libertà di concepire – che è spesso la sola vera ricchezza dei più poveri – di fronte al «lavoro» di scienziati preoccupati di «fabbricare» una razza superiore? Bisognerebbe allora legiferare, limitare e, di conseguenza, attentare a questa libertà? Più che verso un’impasse, è sull’orlo di un precipizio spaventoso che una scienza deviata rischia di trascinare l’umanità.

7. L’uomo è homo amicus. Capace di entrare in relazione con il proprio simile, egli scopre nell’altro una persona in grado di condividere con lui «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce» della sua vita quotidiana. L’amicizia si realizza in un dono personale reciproco, basato sul rispetto, la fiducia e la fedeltà. Essa permette lo scambio di «segreti» la cui condivisione manifesta la comunione tra due esseri e suggella l’armonia delle loro volontà. La morte dell’amicizia – e il tradimento del segreto ne è una –, l’incapacità di farsi degli amici, che chiude nella solitudine, le devianze degli sguardi che non considerano più l’altro come oggetto di desiderio, tutte le malattie del non-amore che si sviluppano nella cultura dominante, non possono non comportare conseguenze drammatiche sull’equilibrio delle persone di cui favoriscono la depressione, privandole di quell’amicizia che le finalizza nel loro senso peculiare. Anche qui possiamo fare riferimento alle Encicliche del Santo Padre: penso in particolare a Veritatis splendor, ma anche a Evangelium vitae e a Fides et ratio che offrono analisi approfondite delle idee depressive nei diversi ambiti della morale, della concezione dell’essere umano e della vita, dell’orientamento dell’intelligenza verso il vero e della volontà verso il bene.

La cultura, quell’ambiente in cui ci sviluppiamo come persone umane, condiziona inevitabilmente il nostro modo di percepire l’altro. La raffinatezza di un’educazione sviluppatasi nel corso dei secoli in tutta una società irrigata dalle umanità greco-latine e ispirata dal Vangelo, ha prodotto frutti notevoli nella regolazione dei modi di vivere nella società. L’educazione alla virtù, la presentazione di modelli di coraggio e fedeltà – penso all’ideale greco di Omero proposto alle giovani generazioni attraverso i personaggi mitici di Ulisse e Antigone – e la coscienza del bene da perseguire e del male da respingere con decisione, permettono agli uomini e alle donne di vivere in giusta armonia e di intrattenere legami d’amore e amicizia durevoli.

Contrariamente, la filosofia sartriana de «l’inferno è l’altro», la visione psicanalitica freudiana che riduce l’uomo alle sue pulsioni, l’orchestrazione di campagne pubblicitarie che esaltano il corpo femminile in un estetismo ingannatore artificialmente ritoccato, il forte invito alla sessualità – spesso inconfessata – anche in età precoce, mentre la personalità del giovane non si è ancora costruita, sono tutte idee depressive della cultura del mondo contemporaneo. I danni dei feuilletons popolari che si riversano a basso costo nelle catene televisive, fin nelle regioni più sperdute del mondo, sono sicuramente il prodotto di idee depressive il cui scopo è quello di fare soldi, a totale discapito dei valori che permettono all’uomo di svilupparsi come immagine e somiglianza del suo Creatore e Padre. L’audience ostinatamente perseguito si traduce in un’esaltazione esacerbata dei sensi. Lo scopo dichiarato è di eccitare le concupiscenze spingendo all’estremo i limiti che la società tollera, ma che non smette di far retrocedere, mentre l’intollerabile di ieri diventa il banale di oggi. Gli effetti sono drammatici, li conoscete, e non voglio indugiare nel descriverli.

Voglio tuttavia mettere in evidenza gli effetti distruttivi di questa invadente cultura mediatica sulla famiglia, nucleo fondamentale della società. Constatiamo che la cultura del mondo contemporaneo è portatrice di idee sulla famiglia che conducono alla sua rottura, cioè alla sua distruzione, il che non è privo di incidenze sulla società. La duplice finalità del matrimonio, l’amore reciproco degli sposi e la procreazione che ne è il frutto, è gravemente rimessa in questione dallo sviluppo dell’ideologia del «tutto è permesso» e di una ricerca «ad ogni costo» dello sviluppo personale. Secondo le idee diffuse, la donna troverà il proprio sviluppo solo nell’autonomia – in realtà illusoria – che le darà un lavoro al di fuori della casa, e non nella bellezza di una maternità fiorita in famiglia e nell’educazione appassionante della «carne della sua carne». Constatiamo che l’idea che solo il preservativo protegga efficacemente dall’AIDS, non è soltanto una scorciatoia vergognosa che inganna sulla natura stessa della sessualità umana, bensì esso impedisce che si ponga la questione fondamentale per il pieno sviluppo dell’uomo: quale genere di relazione introduce tra le persone? Una riflessione approfondita su questo argomento vi troverebbe certamente una delle idee depressive più destabilizzanti della cultura dominante. Per ciò che riguarda le idee depressive del mondo contemporaneo che mettono in pericolo il matrimonio e la famiglia, mi permetto di rinviarvi ad un altro importante documento del Santo Padre, l’Esortazione apostolica Familiaris consortio, frutto del Sinodo dei Vescovi del 1980.

8. L’homo politicus è, anch’esso, soggetto a concezioni depressive diffuse dalla cultura moderna. Non è questo il luogo per affrontare l’ampio argomento dell’uomo e la politica, ma ognuno sa, in tutto il mondo, quali situazioni di ingiustizia e di non diritto generano le idee machiavelliche che regolano i sistemi politici di numerose nazioni. Alcune delle idee depressive diffuse nel mondo contemporaneo trovano origine nella maniera con cui sono trattate le persone nella società moderna. Non è senza significato il fatto che il Papa Giovanni Paolo II abbia provato il bisogno di scrivere diverse Lettere indirizzate a gruppi di persone che subiscono, a causa delle idee depressive ampiamente diffuse, situazioni di ingiustizia e di non rispetto della loro dignità. Così, la Lettera alle famiglie del 2 febbraio 1994, la Lettera ai bambini del 13 dicembre 1994, la Lettera alle donne del 29 giugno 1995, la Lettera agli artisti del 4 aprile 1999, e la Lettera agli anziani del 1° ottobre 1999. Non dimentico poi la Lettera ai sacerdoti del Giovedì Santo di quest’anno: i sacerdoti, così come l’insieme delle persone consacrate, sono continuamente di fronte alle sfide poste dalle idee depressive e le comunità cristiane nelle nostre società individualizzate devono adoperarsi per aiutarli a proteggersene.

9. L’uomo è anche homo scientificus. L’esplosione del sapere scientifico, la perdita di una Saggezza che unifica le conoscenze e le ordina all’uomo, centro e culmine della creazione, le tentazioni che ho rivelato del super-uomo di Nietzsche che, attraverso i progressi della tecnica nell’ambito delle scienze della vita, apre orizzonti gravi di incertezza per l’umanità, sono altre situazioni che generano idee depressive. Allo stesso tempo, il dramma della separazione tra fede e ragione genera, nelle sue conseguenze nefaste, numerose idee depressive particolarmente tenaci. «Come conseguenza della crisi del razionalismo ha preso corpo, infine, il nichilismo. Quale filosofia del nulla, esso riesce ad esercitare un suo fascino sui nostri contemporanei… Nell’interpretazione nichilista, l’esistenza è solo un’opportunità per sensazioni ed esperienze in cui l’effimero ha il primato» (Fides et ratio, n. 46).

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la legittima autonomia delle scienze nel campo della ricerca che è loro propria, e ha rifiutato a chiunque il diritto di dettare dall’esterno come condurre la ricerca. L’unico limite è quello della dignità dell’uomo. In effetti, i progressi della scienza contribuiscono a un progresso spettacolare della tecnica e conferiscono all’uomo un potere il cui uso non è indenne dal porre gravi questioni. Come, in effetti, non constatare che il progresso in molte nostre conoscenze è lungi dall’essere sempre accompagnato da un uguale progresso dei valori morali. La scienza ha un limite, in quanto ne va della dignità dell’uomo, quell’uomo che è il soggetto e il fine di tutte le sue conoscenze. La scienza perde la propria dignità di sapere umano quando i suoi progressi avvengono a prezzo della violazione della dignità umana. Invertire la relazione del sapere all’uomo, del sapere per l’uomo, significherebbe tornare alla cupa e disumana esperienza di Auschwitz, in cui i medici compivano esperimenti sui deportati, considerati, nella logica nazista, come esseri inferiori e non più come persone. Di fronte alla tentazione dei recenti sviluppi della ricerca biogenetica e delle sperimentazioni di clonazione di embrioni umani considerati come semplici oggetti, occorre ribadire ancora una volta che non potrà mai essere riconosciuto come vero progresso quello che riduce l’uomo a un oggetto.

La cultura della verità è senza dubbio l’anti-depressivo dell’intelligenza che, per essere se stessa, deve ritrovare il proprio orientamento fondamentale verso la verità. È ciò che sviluppa il Santo Padre nell’Enciclica magistrale Fides et ratio, in cui offre una riflessione sulle radici stesse delle idee depressive che snaturano e oscurano la ragione. «Non è da dimenticare, d’altra parte, che nella cultura moderna – constata Giovanni Paolo II – è venuto a cambiare il ruolo stesso della filosofia. Da saggezza e sapere universale, essa si è ridotta progressivamente a una delle tante province del sapere umano; per alcuni aspetti, anzi, è stata limitata a un ruolo del tutto marginale. Altre forme di razionalità si sono nel frattempo affermate con sempre maggior rilievo, ponendo in evidenza la marginalità del sapere filosofico. Invece che verso la contemplazione della verità e la ricerca del fine ultimo e del senso della vita, queste forme di razionalità sono orientate – o almeno orientabili – come “ragione strumentale” al servizio di fini utilitaristici, di fruizione o di potere» (n. 47). E, riferendosi alla sua prima enciclica, Redemptor hominis del 4 marzo 1979, il papa-filosofo fa risaltare le conseguenze di una tale devianza della ragione nel campo del lavoro: «L’uomo di oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme attività dell’uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di “alienazione”, nel senso che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi frutti si rivolgono contro l’uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono essere diretti contro di lui. In questo sembra consistere l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga e universale dimensione. L’uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso» (Fides et ratio, n. 47). Siamo qui al fondamento delle idee depressive del mondo contemporaneo, in cui il grido di Nietzche de «la morte di Dio» pone la questione tragica de «la morte dell’uomo».

L’antropologia postmoderna scava un abisso depressivo senza precedenti, da Michel Foucault a Claude Levi-Straus. Il primo propone di incamminare l’uomo verso un « sonno antropologico », che, grazie all’eutanasia strutturalista, potrebbe diventare una vera « morte dell’uomo»4. E il secondo conclude la sua tetralogia mitologica, non – afferma – come Wagner, con il crepuscolo degli dei, ma con il «crepuscolo degli uomini», con la parola «nulla»5.

10. Voi sapete che lo studio della non-credenza e dell’indifferenza religiosa è uno dei compiti principali affidati dal Santo Padre al Pontificio Consiglio per la Cultura. Proprio su questo tema verteranno i lavori della prossima Plenaria del nostro Dicastero, nel mese di marzo 2004. Oggi constatiamo che non esiste più una geografia precisa della non-credenza, come il Muro di Berlino, di triste memoria. Ma se le 300 risposte ricevute alla nostra inchiesta preparatoria ci mostrano un ateismo militante che sta perdendo vigore e senza grande influenza, esse sottolineano pure che si sviluppa, soprattutto nelle culture di tradizione cristiana, un atteggiamento di disprezzo, ostilità e derisione nei confronti della religione – e soprattutto di quella cristiana – che i potenzi mezzi di comunicazione moderni diffondono senza vergogna.

Oggi ci troviamo di fronte ad una diluizione del sentimento religioso in una cultura falsamente asettica. Il Santo Padre, nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, mette in guardia il continente europeo contro la tentazione de «l’offuscamento della speranza» in questi tempi che gli appaiono come «una stagione di smarrimento» (n. 7). Tra le idee depressive che si presentano come una sfida alla speranza cristiana, come non interrogarsi su quella strana facoltà che appare oggi in pieno giorno di totale amnesia delle radici cristiane che hanno dato e continuano a dare vita ad una cultura di una fecondità prodigiosa, e l’afasia drammatica di intellettuali e responsabili politici che pretendono di agire in nome dell’umanismo, ma che invece mutilano gravemente l’uomo, nell’oblio della sua origine e del suo termine. Un’aggiunta di scetticismo non può strutturare un’esistenza. E la cultura che rifiuta l’assoluto è arrivata ad assolutizzare il relativo, tanto è vero che una società di miscredenti non può fare a meno di credere. Il secolo scorso ha così tragicamente idolatrato, con conseguenze letali, la razza, la classe, l’etnia e la scienza. La cultura dominante esacerba la pulsione dei desideri, la ricerca dei piaceri, l’inseguimento dell’avere, del sapere e del potere. Ma, privato del suo ancoraggio in Dio, l’uomo creato a sua immagine e somiglianza non sa più ritrovare il proprio volto in uno specchio ridotto in frantumi. Ogni scheggia rinvia solo una parte di immagine. I frammenti sono presi per un tutto, la cui coerenza si è dissolta in frammenti. Che si tratti dell’economia, della politica, della famiglia, della vita sociale o dei media, l’immagine incompleta che riflette ciascuno dei frammenti è ridotta e come ferita, il che comporta una mancanza crescente di fiducia dell’essere umano nei confronti della propria umanità. La persona diventa fragile, il tessuto sociale si smaglia, la nazione si disfa. Vediamo deperire dei popoli che traboccano di benessere, ma che non hanno più essenza. La valutazione eccessiva del piacere sessuale li priva della gioia insostituibile della paternità e della maternità. Questa dissociazione mortale sulla quale il Papa Paolo VI ha invano cercato di attirare l’attenzione distratta della cultura dominante, oltre 35 anni fa, nella sua Enciclica Humanae vitae, è senza dubbio la minaccia depressiva più drammatica della cultura egemonica dei Paesi ricchi: «l’amore» senza figli e i figli senza amore. Molti bambini oggi si sentono morire per il fatto di essere orfani. Essi hanno disperatamente bisogno di essere amati. E si immergono in un oceano di immagini la cui abbondanza devastatrice li destruttura, in quest’altra dissociazione mortalmente depressiva tra l’ipertrofia dei mezzi di cui disponiamo e l’atrofia dei fini che perseguiamo.

11. L’homo religiosus. Cari amici, le idee depressive della cultura nel mondo contemporaneo sono un’infinità, e si presentano sotto molteplici aspetti che mettono in pericolo l’umanità dell’uomo. Di fronte al vuoto esistenziale in cui queste idee introducono, e per affrontare tutti i condizionamenti senza esserne vittima, Viktor Frankl, neurologo di Vienna, professore ad Harvard, Stanford, Pittsburgh e Dallas, morto a 92 anni nel 1997, rivendica, nel suo libro troppo spesso dimenticato Le dieu inconscient, «il potere di contestazione dello spirito». Egli parte dal principio che «l’esigenza fondamentale dell’uomo non è né l’appagamento sessuale né la valorizzazione di sé, bensì la pienezza di senso»6. In questa affermazione lapidaria che mette a soqquadro la filosofia depressiva della scuola freudiana, appare il problema de «la volontà di senso». Le nevrosi che assillano le ricerche di certi psicologi e psichiatri e che aprono così facilmente la via alla depressione, sono anzitutto l’espressione di un essere frustrato e dunque incline alla vertigine del vuoto esistenziale. L’uomo moderno, in preda alle idee depressive del mondo contemporaneo, è toccato nel più profondo di se stesso nelle sue ragioni di vivere. È qui, al cuore dei suoi desideri, e fino ai suoi sconforti e alle sue frustrazioni esistenziali, che dobbiamo raggiungerlo. A questo scopo, ci viene offerto il cammino del Vangelo, creatore di cultura in quanto portatore della Verità dell’uomo, e della Verità sull’uomo, rivelata da quel Dio che ha assunto volto d’uomo in Gesù Cristo, Figlio della vergine Maria, per condividere con noi l’amore del Padre.

L’antidoto alle idee depressive del nostro tempo è la fede in Colui che ci ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita». Il Vangelo ci fa partecipi del segreto della gioia apportataci da Cristo e che ci permette di vivere i giorni della settimana con un cuore vestito a festa.

La gioia è il dono di Dio di cui la Chiesa è portatrice per le nostre culture depressive. «Io amo i sacerdoti – confida Julien Green nel suo Journal – che vengono dal Nuovo Testamento con la Buona Novella negli occhi». «La gioia – scriveva Paul Claudel – è la prima e l’ultima parola del Vangelo»7.

S.Em.za Card. PAUL POUPARD
Presidente del Pontificio Consiglio
per la Cultura, Santa Sede

 

Note

1 Flammarion, 1993.

2 Pontificio Consiglio per la Cultura, Per una pastorale della cultura, Pentecoste 1999, n. 2.

3 Paolo VI, Populorum progressio, Pasqua 1967, n. 27; cf. Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 14 settembre 1981, n. 4-10.

4 Michel Foucault, Les mots et les choses, Gallimard, 1966.

5 Claude Lévi-Strauss, L’homme nu, Plon, 1971.

6 Viktor Frankl, Le dieu inconscient, Coll. Religion et sciences de l’homme, Edition du Centurion, 1975, p. 92-93.

7 Cf. Paul Poupard, Le christianisme à l’aube du IIIème millénaire, III, L’avenir est à l’espérance, Plon-Mame, 1999, p. 248.