DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Prima Sessione: La situazione attuale della depressione nel mondo contemporaneo
 

La situazione attuale della depressione
nel mondo contemporaneo

10. Risultati di un’inchiesta sulla salute mentale

Gli interventi che mi hanno preceduta in questa interessante prima giornata di Conferenza hanno chiaramente messo in luce come nella salute mentale, in modo davvero particolare, si coniughino due elementi inscindibili: il mal-essere esistenziale e il mal-essere biologico. All’interno del concetto di mal-essere esistenziale, è possibile individuare tre ulteriori spazi di significato riferibili rispettivamente alla dimensione psicologica, spirituale e sociale della persona umana. Dalla letteratura disponibile e non ultimo dalle informazioni fornite dall’OMS risulta che il manifestarsi dello stato depressivo è riferibile sia a fattori biologici e comportamentali dell’individuo, sia alle sue condizioni di vita: la povertà o la ricchezza, la deprivazione, sia dal punto di vista formativo che occupazionale, la mancanza di prospettive, la solitudine e l’isolamento sociale, le tensioni familiari o lavorative. È una malattia comune, che può colpire ognuno di noi, che non risente in modo particolare delle differenze di genere, anche se più frequente tra le giovani donne, né delle differenze di età. In una prospettiva sociologica potremmo dire che il mal-essere sociale si intreccia variamente con quello individuale, sovrapponendosi ad esso, talora determinandolo. Lo studio della psicopatologia depressiva, quindi, se condotto in una prospettiva esclusivamente micro, ossia riferita unicamente alla dimensione psicologica dell’individuo, potrebbe risultare riduttivo.

Pertanto, nella definizione del disegno di ricerca, ed in particolare nella costruzione degli strumenti di rilevazione delle informazioni si è scelto un approccio misto, che tenesse conto di tutte le dimensioni sopra indicate ma in una prospettiva macro, al fine di individuare una serie di elementi costitutivi della nostra società, che in qualche modo “agiscono l’individuo”, per dirla alla Durkheim1, pur riconoscendo alla persona e alla sua volontà la capacità di reazione e di direzione della propria esistenza.  

L’ipotesi di lavoro. A partire da una concezione olistica dell’uomo e accettando l’assunto teorico che definisce la malattia mentale, e in particolare la depressione, una malattia in cui confluiscono elementi di carattere biologico, psicologico, spirituale e sociale, si è inteso verificare se alcuni fattori psico-sociali che possono favorirne la manifestazione quali l’esposizione diffusa al rischio di sperimentare nel corso della vita eventi critici che innestano processi di deprivazione, esclusione ed emarginazione sociale; l’inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale; la criticità dei contesti familiari contemporanei, siano anche espressione della crisi dei valori culturali e religiosi delle società contemporanee.

Gli obiettivi dell’indagine condotta dal Pontificio Consiglio possono essere così riassunti: la definizione di alcune strutture latenti del contesto socio-culturale e familiare in cui le malattie mentali si manifestano; l’individuazione nelle Chiese locali di programmi pastorali sul tema; l’individuazione delle strutture cattoliche di assistenza, accompagnamento e cura dei pazienti e dei loro familiari, e la descrizione dei diversi modelli di intervento; il confronto tra la percezione del fenomeno da parte dei Vescovi con l’esperienza maturata sul campo dai responsabili dei centri cattolici individuati.

La metodologia: questa indagine è stata condotta con una metodologia diversa rispetto a quella adottata nelle indagini degli anni passati che hanno visto questo Dicastero impegnato sui temi della salute delle donne, dell’AIDS e degli ospedali cattolici. Data, infatti, la sensibilità dell’argomento trattato, è stato ritenuto opportuno riferirsi a due differenti unità di rilevazione: 127 Vescovi responsabili della Pastorale Sanitaria in 121 Paesi di tutto il mondo, da una parte; i responsabili di centri o strutture cattoliche di assistenza per pazienti con problemi di salute mentale, dall’altra. Pertanto, sono stati costruiti due diversi strumenti di rilevazione, ovvero due questionari, all’interno dei quali, però, è stato previsto l’inserimento di una batteria di domande comune, al fine di poter effettuare un confronto tra la percezione del fenomeno da parte dei Vescovi e l’esperienza sul campo dei responsabili dei centri contattati. La ricerca è ancora in corso, pertanto i risultati sono provvisori e necessariamente parziali, data la numerosità degli aspetti affrontati nel corso dell’indagine. Si cercherà, quindi, di presentare solo quei dati che possono offrire, in questo contesto, alcuni spunti di riflessione sulla psicopatologia depressiva.

Tuttavia, già da un primo esame dello stato di avanzamento dell’indagine, risulta evidente, a conferma di quanto ci aspettavamo, quanto questo tema incontri difficoltà a farsi strada, nel mondo della Pastorale sanitaria: il tasso di risposta, finora, pari a poco più del 20% è di gran lunga al di sotto delle indagini condotte in precedenza da questo Dicastero. La malattia mentale continua a rimanere la “cenerentola” delle questioni socio-sanitarie e di impegno pastorale. Tuttavia, rimane lo spazio per chiederci se, forse, proprio laddove la mente umana si “perde” non sia ancor più necessario se non indispensabile il sostegno dello spirito, il calore di un conforto che vada oltre la presa in carico e la cura, per aprire la persona sofferente ad uno spazio di fiducia e speranza.

Un aspetto importante registrato con questa indagine è dato dal fatto di aver creato l’occasione per disegnare una mappatura delle strutture cattoliche operanti in questo ambito dell’assistenza e della Pastorale sanitaria (31 finora), arricchita da numerose informazioni sulla tipologia delle strutture medesime; sul numero e la tipologia delle figure professionali ivi coinvolte; sulle fonti di finanziamento; sui servizi offerti e le liste di attesa; sulle caratteristiche sociodemografiche dell’utenza; sulle patologie o disturbi mentali prevalenti; sulle modalità di approccio al paziente e sui percorsi terapeutici innovativi; sulle attività previste a livello di prevenzione primaria, secondaria e terziaria; sui collegamenti con le realtà istituzionali formali e informali del territorio; sui corsi di formazione pastorale e sullo studio ed approfondimento di questioni etiche connesse con la cura e il trattamento della persona con problemi di salute mentale.

I primi risultati

Anzitutto è interessante partire dall’analisi dei risultati emersi dalle risposte alla batteria di domande comune ai due rispondenti: i Vescovi e i responsabili dei centri.

Nella prima parte di questa batteria di domande è stato chiesto agli intervistati di esprimersi su alcuni aspetti della società contemporanea del proprio Paese che ritenessero potesse influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali, con particolare riferimento ai disturbi depressivi. Questi aspetti erano stati preventivamente raggruppati in tre macroaree relative al sistema dei valori culturali e religiosi, alle situazioni a rischio e ai sistemi di protezione sociale.

L’analisi congiunta delle risposte relative alle “situazioni a rischio” e ai “sistemi di protezione sociale” dei vari Paesi consente di definire alcune strutture latenti del profilo sociale all’interno del quale origina e si alimenta la psicopatologia depressiva. Sembrerebbero essere proprio alcuni fattori sociali a mettere in crisi la persona. In particolare dalle informazioni contenute in questa tabella emergono la difficoltà di collocamento al lavoro e la sua precarietà, insieme all’indebolimento delle reti di aiuto intrafamiliare e alla difficoltà di gestione degli affetti. Seguono nell’ordine la povertà, le carenze formative ed i processi di esclusione sociale (Tab. 1).

Questi dati mettono in luce due importanti ambiti in cui ciascun individuo si mette in gioco senza riserve: quello del lavoro e quello della relazione. Per dirla alla Bourdieu2 è lo spazio sociale in cui ciascuno impiega il proprio capitale economico e il proprio capitale sociale: in questo spazio, la persona può perdersi e non ritrovarsi più. La difficoltà nel trovare un’occupazione comporta difficoltà nell’acquisizione della propria indipendenza, nella possibilità di fare progetti per il futuro, può significare non poter mantenere la propria famiglia, non poter offrire ai propri figli le opportunità che si desiderava almeno loro avessero. Queste difficoltà si amplificano quando anche la dimensione relazionale si indebolisce: la crisi delle reti di aiuto familiare è un dato di fatto che interessa non solo gran parte dei paesi europei, come ci indicano le più recenti statistiche Eurostat, ma anche i Paesi più poveri in cui i processi di assimilazione e inculturazione post-coloniali hanno lacerato dalle fondamenta le culture autoctone, facendo venir meno le tradizionali forme di solidarietà e sostegno che supportavano i nuclei o le persone in difficoltà nei villaggi e nelle piccole città dell’entroterra. L’esperienza umana sembrerebbe precipitare verso una sempre più accentuata dimensione individualistica che si traduce in una diseducazione a esprimere i propri sentimenti nella vita relazionale: l’incapacità di guardare e di aprirsi all’altro con fiducia, la difficoltà di superare la solitudine in una società poco accogliente e poco attenta ai bisogni della persona.

Ma allora la malattia mentale, e la depressione in modo particolare, hanno qualcosa a che fare con i sistemi di protezione sociale? Da una prima analisi di questo gruppo di risposte la depressione sembrerebbe aver molto a che fare con governi che sostengono una cultura che propone dei modelli di comportamento improntati al successo, alla ricchezza e all’affermazione, ma che non riesce a garantire sufficiente equità nelle politiche sanitarie, economiche e sociali.

Come è possibile osservare dalla tabella 2, sia i Vescovi che i responsabili dei centri concordano su una debolezza di fondo dei sistemi di protezione sociale, su una scarsa attenzione alla garanzia di misure che siano espressione di equità sociale. Le politiche maggiormente interessate da questo problema sembrerebbero anzitutto quelle sanitarie, e a seguire quelle socioeconomiche. Questa debolezza dei sistemi di protezione sociale, traducendosi in uno sfasamento tra gli obiettivi proposti dalla cultura dominante e i mezzi a disposizione per raggiungerli, può innestare processi che, in molti casi, si manifestano nella psicopatologia depressiva. Il sociologo americano Merton3 sessant’anni fa ha individuato 5 forme di comportamento sociale che rispondono diversamente alla capacità dell’individuo di adattarsi ai valori culturali proposti dal contesto culturale di riferimento e ai mezzi a tal fine consentiti. Ognuno di noi è spinto dal contesto sociale in cui vive a raggiungere quelle mete, ma è altrettanto vero che non tutti dispongono degli stessi mezzi per arrivarci. Sono le persone più povere, meno istruite, senza un lavoro, senza una famiglia di origine o costituita ad essere anche le più svantaggiate. Un sistema che non si impegna a proteggere queste persone, sostenendole ed accompagnandole in un percorso di inclusione psico-sociale, espone l’individuo alla “rinuncia” che si traduce in comportamenti devianti, per usare un’accezione sociologica, quali la vita in strada da clochard, l’etilismo, la dipendenza da sostanze. In tal senso anche la depressione può essere ricondotta all’espressione in chiave psico-sociale della rinuncia . La depressione, quindi, come male-essere psico-sociale, che pone le sue radici in una società che esclude anziché includere, respinge anziché accogliere, abbandona anziché proteggere. Occorrono politiche che si facciano carico dei problemi dei cittadini, garantendo equità a livello sociale, economico e sanitario.

Se la manifestazione reattiva al disagio, in chiave sociologica, può essere ricondotta al concetto mertoniano di “rinuncia”, in chiave psicopatologica tale manifestazione diviene conflitto, disorganizzazione del comportamento, destabilizzazione emozionale e motivazionale, disturbo-sintomo del disagio della condizione umana contemporanea. Come si evince dalla tabella 3, le risposte sia dei Vescovi che dei responsabili dei centri individuano prioritariamente gli stati d’ansia e di frustrazione tra i disturbi più diffusi; seguono la delusione e la scarsa autostima. È, in sintesi, la rappresentazione del fallimento personologico, del crollo del sistema delle aspettative, del mancato appagamento dell’esigenza di dare pienezza di significato alla propria esistenza.

Il modello individualista dominante nelle società contemporanee pone il soggetto in relazione all’altro esclusivamente in una logica di confronto competitivo. La vita è una gara all’affermazione del proprio Io sull’altro. Il mancato raggiungimento di questo obiettivo fa emergere un diffuso senso di inadeguatezza, altro fattore indicato dai rispondenti, che si concretizza in diverse modalità comportamentali patogene oscillanti tra i poli della passività e dell’aggressività. Atteggiamenti in cui la ricerca di equilibrio può talora compensarsi con il ricorso all’alcool o all’uso di sostanze stupefacenti. Questa lettura dei dati idonea per i Paesi dell’area dello sviluppo e dell’opulenza, potrebbe apparire distante dalla realtà di quanti vivono in condizioni di deprivazione. Tuttavia non è così. L’ansia e la frustrazione esistenziale si manifestano ancor maggiormente in chi, sprovvisto di mezzi, cerca affannosamente di “sopravvivere” alla miseria del quotidiano. Quando, nei progetti della cooperazione per lo sviluppo si parla di “empowerment” si intende anche questo: restituire fiducia nei propri mezzi, rinforzare i processi di autostima, sostenere nel superamento del senso di inadeguatezza intere popolazioni abbandonate a se stesse, affinché prendano in mano il proprio destino.

Da sottolineare il dato che riguarda l’aggressività come elemento di grave disagio caratterizzante lo stato depressivo e che può talora manifestarsi in comportamenti violenti all’interno del contesto familiare a compensazione delle frustrazioni e delusioni accumulate negli ambienti esterni ad essa. L’aggressività si autoalimenta, scatenando nel soggetto sentimenti contraddittori che vanno dal senso di colpa a quello di rivalsa. La famiglia è spesso la principale vittima di questa realtà: sia per la difficoltà di assolvere al difficile compito di assistere e prendersi cura della persona depressa in mancanza di servizi idonei a fronteggiare il problema, sia perché le famiglie sono lasciate a se stesse da governi con politiche “deboli” e poco strutturate nel campo della salute mentale.

Ma la famiglia non entra in questo discorso solo per questa via. La attuale criticità dei contesti familiari risulta costituire uno degli aspetti che, sia in base alla percezione dei Vescovi che all’esperienza dei responsabili dei centri, sembrerebbe influire in modo significativo sulla patogenesi degli stati depressivi. Nella tabella 4 i fattori indicati prevalentemente sono dati dalla sempre più diffusa disgregazione dei nuclei familiari associata al progressivo indebolimento del valore dell’istituto matrimoniale, cui si accompagnano un significativo aumento di separazioni e divorzi, e dalla mancanza di comunicazione all’interno del nucleo. Si sta poco insieme, non c’è dialogo, non c’è confronto, manca un’autentica esperienza di condivisione. Sembrerebbe evidenziarsi una diffusa incapacità a sperimentare una comunione di intenti, la condivisione di un progetto di vita comune.

È lo specchio della cultura individualista dominante. Si denuncia, inoltre, la mancanza di figure genitoriali mature, in grado di costituire un punto di riferimento per i propri figli, di proporre modelli in cui possano riconoscersi. La solitudine si insinua nel nucleo familiare fino a diventare devastante. Sentirsi soli anche quando si è tra le persone più care e più vicine, amplifica il senso di ansia e di angoscia. E purtroppo questi stati d’animo connotano sempre più la condizione umana delle nuove generazioni.

Al termine di questo primo spaccato del contesto psicosociale e familiare in cui la malattia mentale, e in particolar modo la depressione, vengono ad affacciarsi, non potevamo non cercare di capire se e quanto l’indebolirsi e/o il venir meno di alcuni valori culturali e religiosi trasversali ad una cittadinanza laica ed ecclesiale potessero influire sul manifestarsi ed il diffondersi della psicopatologia depressiva. Nella tabella 5 è possibile individuare gli aspetti su cui si sono espressi concordemente sia i Vescovi che i responsabili dei centri e che riguardano prevalentemente la crisi dei valori di riferimento, l’esasperazione dei desideri e una cultura fortemente orientata all’edonismo.

È evidente come questi aspetti siano sottolineati maggiormente dalla parte ecclesiastica, mentre i laici ridimensionano, pur senza sottovalutarli, gli stessi fattori di criticità. Questi primi dati sollecitano la riflessione sociologica: ogni persona agisce in un sistema culturale dato. Il sistema contemporaneo delle norme culturali sembrerebbe orientato all’esasperazione di modelli individualistici in cui l’apparenza e l’esteriorità dominano lo spazio di realizzazione della persona umana. Una cultura dominante che spinge verso l’esteriorità a scapito dell’interiorità, dove l’apparire e l’avere prevalgono sull’appartenere e l’essere. Una cultura in cui il desiderio è diritto, in esso tutto si esaurisce, in esso scompare l’oggetto stesso del desiderio. E quando il desiderio non è realizzabile o raggiungibile provoca lacerazioni insanabili, cui seguono frustrazione e annientamento, prodromi della psicopatologia depressiva.

È in questo quadro che si innesta il contributo della pastorale sanitaria. A tal fine si è voluto dar voce all’opinione dei Vescovi responsabili della Pastorale Sanitaria nei diversi Paesi coinvolti nell’indagine sullo stato dell’azione pastorale su questo delicato tema.

È stato, anzitutto, chiesto agli intervistati l’esistenza di un programma pastorale delle diverse Chiese locali dedicato al tema della salute mentale. Come si evince dalla tabella 6 oltre il 60% dei Vescovi ha dichiarato che non esiste alcun programma pastorale in questo ambito, a conferma del cammino, ancora lungo e difficile, che rimane da percorrere per poter rendere più incisivo l’intervento della Chiesa a favore di quanti soffrono di queste patologie.

Sembrerebbe che, come nella società civile, anche nella comunità ecclesiale sia necessario operare per una maggiore sensibilizzazione su questi temi, per i quali non sono ancora sviluppate linee pastorali precise. In tal senso, questa Conferenza Internazionale dedicata, nello specifico, alla depressione, psicopatologia trasversale al mondo dello sviluppo come a quello del sottosviluppo, costituisce un momento importante di riflessione per il rilancio di un impegno pastorale in un ambito tanto difficile e spesso trascurato, oserei dire, dimenticato dal mondo civile.

Tuttavia, nella nostra indagine, abbiamo cercato di andare a fondo sull’esistente per individuare nei programmi pastorali attualmente operanti delle linee di azione e attuazione che potessero costituire da suggerimento per l’impegno di altre Chiese su questo tema.

Dall’analisi degli obiettivi dei programmi pastorali ad oggi operanti è stato possibile individuare cinque principali linee di azione:

a) un’azione pastorale che colloca al centro i malati e i loro familiari, come destinatari ed agenti di evangelizzazione;

b) un’intensa azione di sensibilizzazione dei decisori politici locali, della società civile ed ecclesiale sull’importanza di difendere i diritti delle persone con problemi di salute mentale, al fine di promuovere un’attenzione ed una considerazione nuova delle problematiche che toccano la sofferenza della mente umana;

c) un’azione pastorale impegnata sul fronte della prevenzione, sia attraverso il sostegno delle persone a rischio, sia attraverso un’intensa attività di informazione della comunità sugli effetti non solo fisici, ma anche sociali dell’abuso di sostanze quali l’alcool e la droga, il cui uso può correlarsi con la presenza di malattie mentali e/o disturbi depressivi nello specifico;

d) un’azione pastorale diretta alla riabilitazione delle persone con malattie mentali, perché possano tornare alla loro vita familiare, lavorativa e relazionale;

e) infine, un’azione formativa diretta a preparare agenti pastorali nell’ambito della salute mentale non solo capaci di accompagnare la persona con questi problemi, ma anche di individuare strategie pastorali innovative, idonee a fronteggiare in modo efficace il fenomeno.

Tuttavia, questa progettualità non sembrerebbe essere accompagnata da una adeguata disponibilità di risorse umane e materiali sufficienti a rispondere a tutti gli impegni cui gli obiettivi sopra specificati chiamerebbero. Nella maggior parte dei casi i Vescovi si esprimono affermando la presenza di “cristiani competenti che si impegnano al loro meglio”, oppure “gruppi di giovani, piccole comunità cristiane, équipe di professionisti di buona volontà”: tutti aiuti volontari. Ed ancora: cappellani, religiosi e religiose. In genere si lamenta la mancanza di personale stabile, qualificato, con competenze professionali e pastorali specifiche. Dalle risposte dei Vescovi si percepisce l’affannosa ricerca di fare il possibile, in condizioni per lo più difficili, in cui occorre oltretutto sfidare lo stigma e il pregiudizio verso un fenomeno che fa paura ai più, che spaventa e allontana.

Gli organismi attraverso i quali la pastorale sanitaria si esprime in questo ambito sono dati da nuclei di agenti pastorali impegnati in servizi per la salute mentale, cappellanie ospedaliere impegnate su questo fronte, e a livelli più alti da Commissioni psichiatriche per l’animazione pastorale nelle cliniche specialistiche, Dipartimenti per l’assistenza spirituale delle persone con malattie mentali.

Si è poi cercato di esplorare le eventuali forme di coordinamento di tali programmi pastorali sul territorio ed il grado di soddisfazione rispetto a tali forme di collaborazione. Dalle risposte dei Vescovi sembrerebbe la Diocesi la realtà del territorio che funge da catalizzatore di tali forme di intervento pastorale: seguono i collegamenti con le parrocchie e con le strutture sanitarie. Tuttavia il livello di soddisfazione non è molto incoraggiante, a dimostrazione della difficoltà con cui questi programmi debbono quotidianamente confrontarsi. Da notare il dato incoraggiante sulla collaborazione con le istituzioni penitenziarie: viene da chiedersi se forse proprio là dove l’uomo sembrerebbe aver perso tutto, la ragione e la libertà, l’azione pastorale apra all’uomo uno spazio di fiducia e speranza cui la coscienza più che la ragione può affidarsi. E l’uomo si apre alla “salvezza”, alla ricerca di se stesso, degli altri e di Dio, qualunque sia la sua Fede.

Non c’è tempo per riferire oltre, sui risultati di questo lavoro. Tuttavia credo sia abbastanza per cogliere quanto l’opera nel campo della salute mentale costituisca per tutti gli operatori sanitari, laici e religiosi, una sfida ed una missione al contempo. Una sfida contro il pregiudizio ed il timore che circonda queste patologie, e che rende sempre più soli non soltanto i diretti interessati, ma anche i loro familiari. Una missione, perché la relazione con la persone con problemi di sofferenza mentale richiede, più che in ogni altra il coraggio di riconoscere nell’altro, l’immagine di Cristo che chiama ad un atto di amore, e l’immagine del Buon Samaritano ne diventa ancora una volta l’effige simbolica.

Per concludere, vorrei ricordare brevemente la storia di un incontro raccontato da Madre Teresa di Calcutta in un discorso tenuto nel 1979 in una Chiesa carmelitana di Dublino ed in cui mi sembra si sintetizzi perfettamente la “fame” di amore dei nostri tempi, di cui la depressione è senza dubbio una delle tante espressioni possibili. È la storia di un ragazzo incontrato in strada, su un marciapiede, in piena notte, perché cacciato di casa da sua madre. Quando le suore tornarono, il ragazzo si era fatto un overdose e fu portato in ospedale. Ricorda Madre Teresa: “Non potei fare a meno di pensare che magari sua madre era una di quelle persone che si davano da fare per i nostri affamati in India. E qui c’era suo figlio che era affamato, affamato di lei, affamato d’amore, affamato della sua sollecitudine, e lei lo rifiutava. Portate l’amore nelle vostre case. Se amate veramente Dio cominciate ad amare i vostri figli, vostro marito, vostra moglie. I vecchi, dove sono? Perché non sono con voi? E il bambino handicappato dov’è? Perché non è con voi? Quel bambino, quel vecchio, giovani padri, giovani madri, è un dono di Dio”4.  Combattiamo la depressione rispondendo con slancio anche noi a questo atto di amore, per costruire una società in cui l’imperativo di Cristo “amatevi come io vi ho amato” diventi parte integrante della vita di ciascuno di noi.

Dott.ssa Fiorenza Deriu
Ricercatrice sociale,
Assegnista di ricerca dell’Università  “La Sapienza” di Roma

Dott. Daniel Cabezas
Psichiatra, Ospedale Fatebenefratelli, Roma

Dott.ssa Rosa Merola
Psicoterapeuta, Consulente psicologo del
 Ministero della Giustizia, Roma

Tab. 1 – Questionario dei Vescovi (V)-Responsabili centri (R). In base alla sua esperienza, in che misura ritiene che i seguenti aspetti della società contemporanea del suo Paese possano influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali?

Tab. 2 – Questionario dei Vescovi (V)-Responsabili centri (R). In base alla sua esperienza, in che misura ritiene che i seguenti aspetti della società contemporanea del suo Paese possano influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali?

Tab. 3 – Questionario dei Vescovi (V)-Responsabili centri (R). In base alla sua esperienza, in che misura ritiene che i seguenti aspetti della condizione umana contemporanea nel suo Paese possano influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali? (Analisi delle risposte multiple)

Tab. 4 – Questionario dei Vescovi (V)-Responsabili centri (R). In base alla sua esperienza, in che misura ritiene che i seguenti aspetti dei contesti familiari contemporanei del suo Paese possano

influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali?

Tab. 5 – Questionario dei Vescovi (V)-Responsabili centri (R). In base alla sua esperienza, in che misura ritiene che i seguenti aspetti della società contemporanea del suo Paese possano influire sull’origine e la diffusione delle malattie mentali?

Tab. 6  Esistenza di un programma pastorale della Chiesa locale dedicato specificamente al tema della salute/disagio mentale  (distribuzione valori assoluti e percentuali)

 

Note

1 E.Durkheim, Le Suicide.Étude de Sociologie, Paris, Alcan, 1985, VIII

2 P.Bourdieu, Ragioni Pratiche, Bologna, Il Mulino, 1995

3 R.K.Merton, Social Theory and Social Structure, Glencoe, Ill., The Free Press, trad.it. Teoria e Struttura Sociale, Bologna, Il Mulino, 1992

4 K. Spink, Madre Teresa. Una vita straordinaria, ed. PIEMME, 2003.