| DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Segunda Sessione: La luce della fede nel mondo della depressione |
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La luce della fede nel mondo della depressione |
4. Cura pastorale: il rifiuto della sofferenza e la ricerca del benessere personaleIntroduzioneLa sofferenza è una realtà che gli esseri umani non possono evitare. Dalla nascita fino alla morte noi incontriamo la sofferenza nelle sue diverse espressioni: solitudine, dolore fisico, difetti morali, relazioni infrante, tristezza, stanchezza, sensi di colpa, fame, depressione, oppressione, alienazione, anomia, rabbia e varie forme di debolezza. Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ci offre una chiave di comprensione dalla quale iniziare questa considerazione quando egli dice “Ciò che noi esprimiamo con la parola «sofferenza» sembra essere particolarmente essenziale alla natura dell’uomo. È profonda come l’uomo stesso, precisamente perché manifesta a suo modo quella profondità che è propria dell’uomo, e a suo modo lo sorpassa. La sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo; è uno di quei punti in cui l’uomo è in un certo senso «destinato» ad andare oltre, ed egli è chiamato a questo in un modo misterioso”1. È anche chiaro che la sofferenza e il dolore sono frequentemente associati con il male che è presente nel mondo. Da una parte può essere considerata una conseguenza del male. Dall’altra parte, possiamo dire che la sofferenza è essa stessa un male, una limitazione, una negazione di un determinato bene. La sofferenza è l’evidenza delle nostre limitazione, della nostra finitezza, e guardandola da questa prospettiva siamo spinti a rifiutarla. L’attuale cultura dominante, rivelatasi edonista e contaminata dalla cultura della morte2 ha preso una chiara posizione davanti al mistero della sofferenza e del dolore. Il mondo fugge dalla sofferenza, cercando un disperato scampo, adottando un atteggiamento che cerca di eludere il dolore con ogni mezzo. Tuttavia il problema risiede più profondamente della semplice evasione della sofferenza. Concerne una immatura ed evasiva posizione riguardante la vita. Su un livello culturale, questa posizione potrebbe essere espressa con una massima: “Cerca il piacere e il comfort sempre e dovunque in tutti i modi che puoi”. Senza la fede, è facile identificare il dolore come un male. Guardare il dolore come un male conduce inevitabilmente alla disperazione. Questa è la ragione più grande per cui molta gente con una visione essenzialmente laicista della vita investe sforzi tremendi per fuggire da questa realtà. Malgrado i nostri formidabili progressi scientifici e tecnologici, l’umanità non può sbarazzarsi del dolore e della morte. Consapevole di queste fondamentali preoccupazioni riguardanti la persona, il Vaticano II ha posto la domanda: Qual’è il senso del dolore, del male, della morte, che continua ad esistere malgrado così tanti progressi?3 Evitare queste domande non le farà scomparire. Abbiamo bisogno di dar loro una risposta. Possiamo dire che occupandoci del problema del dolore e della sofferenza noi rispondiamo ad un imperativo del nostro cuore che apre le porte alla fede. Nel profondo del cuore umano, vi è un insistente bisogno a dare una risposta a questo problema e un importante imperativo della fede è rispondere alla chiamata del Signore a vivere e proclamare la risposta che Gesù stesso dà al problema del dolore e della sofferenza. Il Signore Gesù non è venuto per liberarci dalla sofferenza ma per condurci attraverso di essa alla scoperta del suo significato più recondito. Nella sua vita terrena egli visse l’esperienza della sofferenza intensamente. Nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo, eccetto il peccato4. In Gesù il Signore, tutte le nostre domande sul dolore e sulla sofferenza trovano il loro significato e hanno la loro soluzione. Nel Cristo sofferente scopriamo che il dolore perde il suo peso opprimente di negatività e soffrire diventa una occasione per crescere nell’amore e nella speranza. Il significato della sofferenza è stato rivelato, dischiuso dalla Croce e mette in evidenza una gioia copiosa con la Risurrezione. Alla luce della croce, noi possiamo scoprire i fondamenti di una sorta di pedagogia di Dio. Gesù, nostro esempio e maestro vuole plasmarci e formarci con questa dialettica di “gioia e dolore” che è la via alla vita nella sua pienezza. Quando noi parliamo di pedagogia di “dolore-gioia” o “gioia-dolore” noi affermiamo che nella vita del cristiano c’è un processo dinamico in cui entrambe le realtà si intrecciano come la trama di un stoffa. Tuttavia, non è un problema di momenti consecutivi di dolore seguiti dalla gioia, ma lo stesso dinamismo dove per la maggior parte la gioia e il dolore accadono nello stesso momento. Guardando attentamente alla vita del Signore e alla sua Madre Benedetta possiamo scoprire che la “gioia cristiana” sussiste anche nel dolore, proprio come la speranza sorge nel mezzo delle situazioni più drammatiche. In questo modo, la croce è trasformata dal suo status originale di strumento di tortura e di morte, ad un nuovo significato come segno e strumento di salvezza, riconciliazione, redenzione e speranza. Il Signore Gesù ci invita continuamente ad approfondire la nostra comprensione del mistero della sofferenza umana e di permettergli di diventare un processo di crescita spirituale ed una fonte di redenzione. Questo è ciò che S. Paolo esprime nella lettera ai Colossesi dicendo: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”5. Nel 1981, subito dopo l’attentato assassino in cui quasi perse la vita, il Papa Giovanni Paolo II scrisse una potente lettera Apostolica, la Salvifici Doloris. Mentre proviamo gioia dallo status di insegnamento dell’autorità papale, questo documento ci dà anche una commovente e sperimentata testimonianza dell’esperienza del Santo Padre e una riflessione del mistero della sofferenza. Nel primo paragrafo di questo documento leggiamo: “Proclamando il potere della sofferenza salvifica, l’Apostolo Paolo dice: «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Queste parole sembrano emergere alla fine di una lunga strada che si snoda attraverso la sofferenza che fa parte della storia dell’uomo e che è illuminata dalle Parole di Dio. Queste parole rappresentano il valore di una scoperta finale, che è accompagnata dalla gioia. Per questa ragione San Paolo scrive: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi”. La gioia deriva dalla scoperta del significato della sofferenza, e questa scoperta, anche se è condivisa personalmente da Paolo di Tarso che scrisse queste parole, è allo stesso tempo valida per altri. L’Apostolo condivide la sua scoperta e si rallegra in essa per tutti coloro che essa può aiutare – come ha aiutato lui – a capire il salvifico significato della sofferenza”6. Associando la nostra esperienza umana della sofferenza con la sofferenza di Gesù si offre una interpretazione totalmente nuova del suo mistero. Una tale prospettiva sfida al loro centro le assunzioni e le presunzioni di una consumistica cultura del piacere e l’immediata gratificazione racchiusa in essa. Questa visione ci invita ad entrare più profondamente nella nozione di una “Divina Pedagogia” associata con il mistero della sofferenza. Peccato originaleLa perenne domanda concernente il male e le sue conseguenze è drammaticamente urgente a questo punto della storia umana. Perché la sofferenza? Perché il dolore spirituale, psicologico, fisico? Perché così tante fratture e disarmonie? Quando noi contempliamo il male nel mondo e lo confrontiamo con la bontà della creazione, siamo spinti a cercare delle risposte, delle spiegazioni. Attraverso la contemplazione della natura e con l’Apocalisse l’essere umano può raggiungere qualche comprensione della vocazione umana per comunione e partecipazione7, e anche riguardo alla presenza del male. Creati da Dio, noi sperimentiamo il nostro essere come una partecipazione nell’essere e nell’amore di Dio. È chiaro che il dinamismo presente al centro della nostra interiorità, è un impulso nella direzione della gioia tendente alla scoperta della verità e del significato8. Di conseguenza, le nostre azioni tendono a cercare di conseguire orizzonti di infinito e di pienezza. Noi siamo chiamati nella nostra profonda interiorità a rispondere al Signore nella libertà9. Sappiamo che Dio, in una effusione del suo divino Amore, crea gli esseri umani e li invita ad essere in relazione con lui. Dio ci invita ad essere in comunione con noi stessi e con gli altri. A causa della ribellione dei nostri progenitori, il peccato è entrato nel mondo e si è trasmesso con le sue conseguenze di generazione in generazione. Questa frattura, che nel linguaggio della teologia è descritta come “peccato originale”, ha deturpato la creazione e ha dato origine al male che vediamo nel mondo. La riflessione umana attraverso le culture, il tempo e perfino i vari sistemi di credo religioso concorrano a che esista una “fondamentale” frattura celata alle nostre origini, e attribuisce a questa frattura la genesi del male che noi vediamo10. Benché creati nell’amore, dall’inizio gli esseri umani rifiutarono l’amore di Dio, e in tal modo rifiutarono la vita in comunione con Lui. L’umanità scelse di costruire un regno senza Dio. Invece di adorare il vero Dio, adorò gli idoli creati dalle mani dell’uomo, cose del mondo, e divenne adoratore di se stesso. Questa è la fondamentale ferita che l’umanità isolata da Dio inflisse a se stessa. Il mondo perciò si è aperto al male, alla morte, alla violenza, alla malattia, all’odio e alla paura. La nostra felicità e la profonda armonia e anche la relazione fraterna tra gli uomini sono state profondamente turbate. Ferito e spezzato dal peccato al centro della sua umanità, l’uomo recise la sua unione con Dio, rimanendo soggetto perciò all’esperienza di vari tipi di schiavitù e di debolezze11. Ora, come nel passato, il peccato si mostra come una frattura. Inoltre c’è un dinamismo della frattura, una sorta di anti-amore. Questo dinamismo “sarà un ostacolo permanente per la crescita nell’amore e nella comunione degli esseri umani. Questa realtà si manifesterà non solo nei cuori delle persone ma nelle diverse strutture create dalla persona umana. Il peccato dei nostri progenitori ha lasciato un impronta indelebile e distruttiva”12 nella nostra antropologia a ogni livello della nostra esistenza, – spirituale, psicologica e fisica. Malgrado questo tragico momento della “caduta”, la promessa di Dio nutrì la speranza dei suoi figli. L’umanità sperimentò l’adempimento della meravigliosa promessa di Dio nell’Incarnazione del Verbo Eterno. Nell’esortazione Apostolica Post-sinodale Riconciliazione e Penitenza, pubblicata il 2 Dicembre 1984, Giovanni Paolo II sviluppa un approccio di grande intuito al mistero del peccato e del male e alle loro conseguenze. La sua esegesi della parabola del Figliol Prodigo ci dà una chiara comprensione di come la nostra frattura con Dio ci ha causato di soffrire le conseguenze delle fratture con noi stessi, con gli altri e perfino con il nostro ambiente. Egli ha potentemente svelato i desideri più profondi dei nostri cuori: essere riconciliati con il Padre, con noi stessi, con i nostri fratelli e sorelle e con la natura. Gesù è presentato in questa esortazione come il Riconciliatore13. Il peccato e le sue conseguenzeA causa del peccato originale, il frutto di una scelta libera ma sbagliata, il male si è introdotto tragicamente nella vita umana e nel mondo. Ancor di più, quella prima infelice scelta è stata un esempio per ulteriori simile scelte che conducono allo stesso frutto avvelenato. Ogni volta che una persona umana esercita la sua libertà, essa sceglie secondo la sua visione delle cose, e questa visione sanzionata da una scelta ed azione concreta, produce una cultura. Quando la libertà è attivata con una scelta sbagliata, l’uomo agisce contro Dio e in una parola, egli pecca. Agendo così, e come conseguenza di questa scelta, egli è introdotto in una dinamica suicida che porta nel presente la tragedia di quella Caduta originale nel giardino dell’Eden. Chiamati alla felicità in comunione con Dio, con se stessi, con gli altri e con la natura, da uomo peccatore rifiuta questa chiamata. I legami della comunione sono spezzati o indeboliti e il cuore diventa diviso. Scegliendo di definire il proprio bene senza riferimento a Dio, la persona sceglie di camminare sulla strada della morte spirituale14. La prima vittima della scelta del peccato è colui che sceglie di peccare. Peccando una persona nega il dinamismo impresso nel cuore da Dio. Il peccatore si getta in un mondo di illusioni e di errori. La frattura interiore del peccato inasprisce l’esistente disordine già presente nella sua natura ferita. Isolato e interiormente diviso, il peccatore diventa anche più alienato nella consapevolezza di essere una creatura amata da Dio e invitata a partecipare ad una comunione di amore, ma ora nel rifiuto di quella vera comunione che dà la vita15. Le conseguenze del peccato personale sono terribili e tragiche per il peccatore. Tagliato fuori dalla sorgente della vita e profondamente diviso all’interno, il peccatore è preso in una trappola dal quale egli non può scappare senza l’intervento dell’amore divino. Il peccato non rimane solo in lui. Anche il peccato più intimo e privato estende il suo male agli altri esseri umani e alle strutture che circondano la persona, manifestando così in un modo negativo l’unità e l’interdipendenza dell’umanità. Ciò che si è detto sulla frattura nel regno personale può essere applicato anche alla cultura nella quale viviamo. Il Papa Giovanni Paolo IIha chiamato questi processi e manifestazioni una cultura della morte16. In questa sede non abbiamo la possibilità di considerare ulteriori sviluppi di questo argomento, eccetto rimarcare la sua influenza formativa su quella che alcuni hanno descritto come una “società depressiva”. Certamente, in quelle nazioni qualche volta descritte come “sviluppate”, noi possiamo osservare che la cultura secolare dominante in questi ventun secoli ha scarsa comprensione della sofferenza a causa dei suoi preconcetti orizzontali e del suo chiuso esempio dimostrativo di materialismo e individualismo. Questa cultura dominante ha un profondo impatto sul nostro intelletto e modo di vita. Il bisogno di una evangelizzazione della cultura17 è uno dei più importanti compiti davanti a noi come Chiesa. Parlando del tema del peccato sociale, Giovanni Paolo IIosserva: “In virtù dell’umana solidarietà che è misteriosa e intangibile come è reale e concreta, il peccato di ogni individuo in qualche modo influenza gli altri. Questo è l’altro aspetto di quella solidarietà che a livello religioso è sviluppato nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie al quale possiamo dire che «ogni anima che si eleva al di sopra sé stessa, eleva il mondo»”18. Formulando queste osservazioni insieme, non vi è dubbio sull’importanza del nostro sforzo per la santità come un imperativo personale e sociale. Noi abbiamo già la grazia di cui abbiamo bisogno per cooperare alla chiamata alla santità. Il nostro sforzo ci conduce a cercare di essere completamente riconciliati19 con il Signore, ricuperando la nostra interiore armonia, salute e il proprio dominio in una profonda esperienza di comunione con Dio, noi stessi, gli altri e con la natura. La depressioneCi rivolgiamo ora ad una più immediata considerazione dell’argomento della depressione. Sarebbe totalmente ingiusto, falso e dannoso suggerire che tutta la sofferenza che noi sperimentiamo è una conseguenza dei propri particolari peccati. Tuttavia, i particolari peccati di ognuno di noi influenzano il tessuto della comunità umana di cui facciamo parte. Soffriamo le conseguenze delle cattive azioni sia delle nostre che di quelle degli altri e questo tipo di “solidarietà nel peccato” si estende all’intera famiglia umana. In questa conferenza ci rivolgiamo alla specifica esperienza umana della depressione che nella sua complessa realtà influenza un vasto numero di persone, ed è la causa di incalcolabili e frequentemente intense sofferenze. La riflessione della fede su questo onnipresente problema umano non può mancare di esplorare il suo significato e cercare dei rimedi nel contesto di una antropologia cristiana. Questa prospettiva invita e sfida a un ricco dialogo con i campi della medicina, della psichiatria, della psicologia e della scienza sociale. Cinquanta anni fa il Papa Pio XII in un discorso riguardante l’appropriato orientamento della Psicologia e della Psicoterapia notò che “L’uomo è una trascendente unità con la tendenza verso Dio” – (L’homme comme unité transcendante en tendance vers Dieu)”20. Questa affermazione propone una verità sulla persona umana che ha bisogno di essere considerata come un pietra angolare per qualsiasi altra cosa che noi possiamo dire concernente la salute umana. Secondo l’Istituto Americano per la Salute Mentale, “un disordine depressivo è una malattia che coinvolge il corpo, l’umore e i pensieri. Influenza il modo in cui una persona mangia e dorme, il modo in cui la persona considera se stessa, e il modo in cui uno pensa. Un disordine depressivo non è la stessa cosa di un di un cattivo umore passeggero. Non è un segno di debolezza personale o una condizione che può essere decisa o fatta finire. La gente con una malattia depressiva non può semplicemente «tirarsi su» e star meglio. Senza le cure, i sintomi possono durare per settimane, mesi o anni. Una appropriata cura, tuttavia può aiutare la maggior parte delle persone che soffrono di depressione”. In tutto questo discorso mi riferisco alla “depressione” avendo in mente la sua descrittiva definizione e attingendo ai dati biblici che confermano la nostra comprensione della depressione come una complessa esperienza bio-psico-spirituale21. Alcuni dati e osservazioni dal mondo della scienza saranno istruttivi per l’ampiezza del disordine e per la sua relazione con la dimensione religiosa e spirituale della persona. Secondo un recente Psychological Bulletin pubblicato dall’Associazione Americana di Psicologia: “La depressione e i sintomi depressivi sono tra i più comuni fra tutti i disordini mentali e fra tutte le malattie. In tutto il mondo, 330 milioni di persone soffrono di depressione in ogni momento con la prevalenza che si stima si estenda al 2%-3% per gli uomini e al 5%-12% per le donne (Associazione Psichiatrica Americana, 2000). Approssimativamente 20 milioni di persone si sono recate dal medico negli anni 1993-1994, comprese le relazioni di sintomi depressivi (Pincus et al., 1998)”22. Se questi numeri rappresentano una accurata descrizione dell’estensione del fenomeno, essi ci sfidano a rispondere prontamente a questo tipo specifico di sofferenza di così tanti fratelli e sorelle nelle nostre chiese particolari. In un articolo informativo di ricerca pubblicato nel The Canadian Journal of Psychiatry, Marzo 2002, intitolato “Impegno dei Psichiatri Canadesi per i Degenti Religiosi: Una Associazione per la Salute Mentale”, troviamo i seguenti risultati della ricerca: “Un totale di 59% (del campione di ricerca) credeva in Dio che ricompensa e punisce, un 27% aveva un elevata frequenza di partecipazione al culto, il 35% pregava una volta o più durante il giorno. Coloro che con maggiore frequenza presenziavano al culto avevano sintomi di depressione meno gravi, una più breve degenza, una maggiore soddisfazione nella vita, e più bassi tassi di abuso di alcool nel tempo presente e durante il corso della loro vita, quando erano paragonati a quelli che avevano una minore o nessuna presenza al culto. Per contrasto, una spiritualità privata era associata a sintomi di depressione più bassi, e solo a un attuale minore uso di alcool, e la frequenza della preghiera non aveva significative associazioni”23. L’informazione attira la nostra attenzione. Nella ricerca riportata nel Handbook of Religion and Health concernente il ruolo dei professionisti sanitari e religiosi, in interazione con i pazienti negli ospedali degli Stati Uniti, è messa in evidenza l’influenza positiva della religione nei processi di guarigione. Parlando dei professionisti sanitari si dice: “Dopo… il riesame della ricerca sulla religione e sulla salute, abbiamo indagato le implicazioni di questa ricerca per i medici (medici, psichiatri e psicologi) e per altri professionisti sanitari (come le infermiere, i lavoratori sociali, i consulenti e i terapisti fisici e ergoterapisti). Ci siamo focalizzati su come le risultanze della ricerca vengono applicate al lavoro quotidiano dell’assistenza dei pazienti… L’istruzione medica è rivolta ad addestrare maggiormente i medici a indirizzarsi ai bisogni spirituali e religiosi, o almeno a valutare il bagaglio religioso dei pazienti in merito a decisioni per l’assistenza sanitaria”24. Riguardo ai professionisti religiosi, leggiamo nella stessa ricerca: “La ricerca che dimostra un legame tra i fattori religiosi o spirituali e la salute, in particolare la salute mentale, ha significative implicazioni per il clero. Questo è specialmente vero per i cappellani a causa della pressione crescente a cui sono esposti dagli amministratori degli ospedali per dimostrare l’impatto del loro lavoro sugli esiti sanitari. La ricerca ci ha mostrato che la vasta maggioranza dei pazienti sia nel reparto medico che in quello psichiatrico, ha necessità spirituali e religiose che probabilmente ha un effetto sulla loro abilità a tener testa alle loro malattie e influenza la velocità del loro recupero fisico. I cappellani sono unicamente posti ad andare incontro ai bisogni spirituali dei pazienti ed essi sono i soli professionisti nell’ambiente dell’assistenza sanitaria che sono addestrati a fare questo”25. L’infiltrazione dell’umanesimo secolare in molti aspetti della vita accademica ha significativamente impedito la presentazione di una prospettiva religiosa o cristiana della persona umana. Specialmente in molte università di medicina o delle scienze di infermieristica c’è una assenza di una solida comprensione teologicamente basata della sofferenza e della speranza. È anche vero che una generale comprensione dell’unità bio-psichica-spirituale della persona è stata grandemente diminuita. Queste sono delle valide irresistibili ragioni per noi per cercare nuove opportunità di far presente al mondo della scienza e dell’istruzione e della pratica medica la ricca eredità dell’antropologia cristiana. Mentre la depressione è divenuta di nuovo importante nella nostra epoca, non è un fenomeno peculiare nel nostro tempo. La tradizione monastica antica generò qualche approccio alla depressione di particolare interesse. I termini come “tristezza” o la trilogia delle caratteristiche di “accidia-ignavia-tristezza” associati alla depressione sono molto ben descritti e trattati nell’esperienza monastica dei tempi antichi nella Chiesa, come per esempio nei maestri spirituali come Giovanni Cassiano26. L’antico monachesimo qualche volta osservò l’esperienza della depressione in associazione con i peccati capitali e prescrisse per la sua cura i biblici rimedi della conversione della mente e del cuore27. Per ragioni molteplici e complesse c’è una esplosiva emergenza della depressione connessa con le malattie nel nostro tempo. Mentre è evidente un interesse di salute medico e mentale, anche questo indica una crisi culturale che richiede attenzione. La depressione è una malattia che influenza particolari persone, ma abbiamo anche bisogno di valutare la situazione dei riferimenti culturali che possono contribuire alla malattia. La visione cosmica e il modo di comprensione e l’interpretazione della vita sono delle influenze significative che contribuiscono alla depressione. Il secolarismo, il relativismo post moderno, l’edonismo e le diverse crisi epistemologiche prevalenti in molti settori della società contemporanea generano una cultura che pone la gente ad alto rischio di una perdita di significato nella vita e nel conseguente stato di disperazione. Su un livello culturale, troviamo un “agnosticismo funzionale”28 nella comprensione e nello stile di vita di molti uomini e donne del nostro tempo. Molte persone incluse quelle che professano una devozione religiosa vivono come se la fede non avesse valore nei reali problemi e questioni della vita. Ad un livello di una concreta vita quotidiana, essi conducono le loro vite secondo i chiusi orizzonti del funzionalismo razionalista. I criteri e i valori di questo “agnosticismo funzionale” sono chiusi al vangelo. Inoltre, la ricerca per il comfort e per la gratificazione dei sensi come ultimi scopi in questa cultura tronca l’anelito umano per l’infinito. Insieme questi fattori costruiscono una reale “cultura dell’accidia” in cui il dinamismo interiore che cerca la trascendenza e il profondo significato della vita è addormentato. Questo risultato è una certa rinuncia dell’identità umana. In netto contrasto a questo agnosticismo funzionale è la visione dell’antropologia cristiana che riguarda la persona umana creata da Dio e chiamata a partecipare alla vita di Dio e al suo divino amore. Il dinamismo presente al centro del nostro essere ci orienta a cercare la fondamentale felicità e il profondo significato. Vivere e agire secondo questo dinamismo apre i nostri orizzonti all’infinito e alla ricerca per la pienezza della vita. Quando lo spirito umano è formato in questa visione, diventiamo vigili alla chiamata nella nostra interiorità più profonda per rispondere con libertà al Signore. Influenzati dalla “cultura della morte” molta gente nel mondo oggi rifiuta o ignora la ricerca dell’infinito. Di conseguenza, vi è una decrescente comprensione del significato della sofferenza da una prospettiva cristiana e un inaridimento del terreno della speranza. Un eclissi della fede coerente nel mistero dell’Incarnazione conduce ad un impoverimento della comprensione dello scopo e del potenziale dell’esistenza umana. Mancando una adeguata comprensione di se stessi e con una debole o assente teologia della croce e della sua promessa di una condivisa gioia della Risurrezione del Signore Gesù, molti dei nostri contemporanei diventano preda della seduzione della cultura della morte. Con gli orizzonti chiusi a ciò che giace oltre il piano orizzontale dell’esistenza, la cultura dominante secolare ci lascia con una incapacità a fronteggiare il dolore, la sofferenza, o qualsiasi forma di disagio. Inoltre le premesse di questa cultura liquidano la possibilità di un dialogo con le più profonde implicazioni dell’esperienza umana, lasciando solo una forma di comprensione di se stessi superficialmente psicoanalizzata che non ha la capacità di proporre adeguati o duraturi rimedi per la malattia della depressione. Perfino in queste circostanze, la ricerca del benessere continua ad emergere come un profondo impulso del cuore umano. Nelle parole eterne di S. Agostino di Ippona scopriamo la profondità della saggezza psicologica e spirituale della tradizione Cattolica concernente questa ricerca quando egli scrive all’inizio della meditazione delle sue Confessioni: “Ci hai fatto per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”29. È solo per la scoperta di Dio e per il benigno disegno della provvidenza che l’umano sforzo per l’estrema felicità e completezza può essere realizzato. Nelle società opulente questa riflessione riguardante la ricerca per la felicità è un modo fruttifero per invitare la gente a riaccendere la ricerca della verità e di Dio. Malattie bio-psico-spiritualiLa depressione è una malattia. Il termine “depressione” non è appropriatamente applicato a un lieve o perfino a un intenso stato di tristezza, se è occasionale e transitorio. Tutti in un periodo o in un altro, sperimentiamo tristezza o momenti neri. La malattia che chiamiamo depressione ha dei sintomi caratteristici. Per chiarezza in questa presentazione riassumerò dalle descrizioni mediche disponibili i più importanti sintomi e indicazioni con i quali la malattia può essere riconosciuta. Sembra che ci sia un accordo nella letteratura scientifica che per poter considerare una persona sofferente della malattia della depressione, alcuni dei seguenti sintomi dovrebbero essere simultaneamente presenti per un significativo periodo di tempo (minimo una settimana): tristezza persistente, ansia, stato d’animo ansioso o “vacuo”; sensazione di disperazione, pessimismo; sensi di colpa sproporzionati, di inutilità, di inettitudine; perdita di interesse o del piacere negli hobbies e nelle attività di cui una volta si godeva; calo di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, fatica, sentirsi “giù di corda”, difficoltà di concentrazione, della memoria, nel prendere decisioni; insonnia risvegli al mattino presto o dormire troppo; appetito e/o perdita di peso o mangiare troppo e mettere su peso; panico o attacchi di ansia; pensieri di morte o tentativi di suicidio; mancanza di quiete o irritabilità, sintomi fisici persistenti che non rispondono alle cure mediche come i mal di testa, i disordini digestivi, e il dolore cronico30. Perfino una rapida visione dei sintomi descritti rivela che opprimente peso questa malattia costituisce per coloro che ne soffrono, specialmente se non c’è un “senso” per l’esperienza. Gli studi rivelano che un certo tipo di depressione ricorre nelle famiglie, indicando che l’eredità può svolgere un ruolo nel contribuire alla vulnerabilità biologica della malattia. Le famiglie in cui i membri delle generazioni successive soffrono della malattia bipolare mostrano che coloro che hanno la malattia manifestano una costituzione genetica un po’ diversa da coloro che non ne soffrono. Curiosamente, il contrario non è vero: non ogni membro della famiglia che ha la vulnerabilità genetica alla malattia bipolare necessariamente ha la malattia. Questo sembra indicare che altri fattori come lo stress possono essere la causa scatenante dell’attacco della malattia. Mentre vi è prova di un trasferimento generazionale della maggiore depressione nelle famiglie, può anche accadere nelle persone nella cui famiglia non ci sono mai stati casi della malattia. Il disturbo è spesso associato con cambiamenti nelle funzioni cerebrali o nelle strutture cerebrali. Frequentemente, l’attacco della depressione è scatenato da una combinazione di fattori genetici, psicologici e ambientali, particolarmente situazioni o avvenimenti intensamente stressanti. Successivi episodi della malattia possono essere scatenati solo da esperienze mediamente stressanti, o perfino da nessuna esperienza. Quale che sia la causa o le circostanze scatenanti della depressione, il ruolo dell’esperienza religiosa e il possesso di convinzioni consolidate della fede occupano una posizione chiave nel recupero dell’equilibrio mentale e nella guarigione dalla malattia31. S. Paolo ci offre una antropologia che è chiara nella sua definizione di ciò che lui chiama “neuma” (spirito) come distinto da – psiqué (anima), cardia (cuore) e nous (mente). Egli distingue anche neuma da quegli aspetti della persona che egli chiama soma (corpo) e sarx (carne). Queste distinzioni sono quelle che danno una base alla tradizione teologica e filosofica che considera pneuma, l’elemento spirituale della nostra antropologia, come costitutiva della realtà umana e diversa dalla nostra psiche e/o ragione. Per esempio, leggiamo nella lettera di Paolo ai Tessalonicesi: “Il Dio della Pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”32. Le tradizioni Agostiniane e Tomiste testimoniano anche il valore e la presenza singolare dello “spirito” o “anima” nell’essere umano come distinto dal corpo, dalla ragione e dalle emozioni. Sottigliezze e sviluppo di questi, e simili fini distinzioni nell’antropologia sono oltre lo scopo di questa presentazione. Li menziono solo a sostegno della asserzione che la persona umana ha bisogno di essere considerata come una unità “bio-psico-spirituale”. La mancanza di questa prospettiva è ciò che contribuisce maggiormente alla incompletezza di alcune moderne teorie psicologiche. Considerando la persona umana come una unità di tutti e tre gli elementi o dimensioni si richiede di prendere ogni aspetto seriamente e vederlo nella sua connessa relazione e significato. Per ogni discorso sulla malattia e sulla completa guarigione, la totalità degli elementi o degli aspetti che costituisce la persona umana ha bisogno di essere considerata. Le dimensioni “bio-psicho-spirituali” della persona umana sono aspetti differenti della nostra antropologia, sempre uniti e nella totale interattività. In questo stato d’animo potremo tener conto dell’impatto della Grazia di Dio e del potere dei Sacramenti come fattori importanti che contribuiscono al conseguimento e al mantenimento della salute psicologica e fisica, in aggiunta al loro effetto spirituale immediato, come possiamo testimoniarlo nell’esperienza pastorale. Ci sono esempi dimostrabili nella vita pastorale quotidiana di autentiche guarigioni che avvengono quando qualcuno accetta la Parola di Dio, riceve la grazia dei sacramenti, si affida alla preghiera, o con il lavoro della grazia. Mentre si può considerare il potere dell’autosuggestione, chiaramente l’influenza della grazia compie cose meravigliose. Per una completa comprensione della depressione, tutti questi elementi della persona umana devono essere considerati. Perfino con una salda padronanza dell’unità “bio-psico-spirituale” della persona, rimane un ulteriore rischio di separare uno o l’altro di queste dimensioni. Questo è ciò che noi possiamo chiamare un riduzionismo psico-spirituale. Si possono negare o minimizzare gli aspetti psichici o biologici della depressione. Non importa ciò che causa un episodio di depressione, tutti e tre gli elementi della persona sono influenzati e hanno bisogno di essere curati. Mentre si evitano le influenze bio-psicologiche nella cura della depressione, è anche importante evitare quelle psico-spirituali. C’è un aspetto biologico e organico della depressione e ha bisogno di essere incluso in ogni adeguato approccio alla comprensione o alla cura della malattia. A volte i problemi psico-spirituali possono avere una causa somatica, come in altri casi le malattie fisiche possono avere una base psico-spirituale. Il punto qui è che tutte e tre le dimensioni della persona umana si collegano in una interazione costante e non si può trattare un aspetto senza avere un impatto sugli altri. L’esperienza clinica mostra che nel trattare certe forme di depressione l’appropriato medicamento può essere il più efficace per una prima risposta, seguito dal sostegno psicologico, spirituale e comunitario che permette al paziente di recuperare il suo equilibrio fisico e interiore. È importante notare che ci sono molte e varie influenze causative che contribuiscono alle malattie depressive. A volte una persona può semplicemente sperimentare nella vita la convergenza delle pressioni di richieste e situazioni aldilà delle proprie capacità. Specialmente, quando per delle circostanze la propria vita perde il suo significato e le strutture che sostengono il significato sono indebolite, la pressione intensa o lo stress può portare a una risposta depressiva. Questo processo ha il suo dinamismo e sia la persona conscia o meno della mancanza di un sostegno adeguato nel suo ambiente personale e per quanto riguarda il significato della sua vita, la conseguenza è una situazione di squilibrio. Quando qualcuno che soffre di depressione diventa più consapevole del suo bisogno di aiuto e ricupera la capacità di valutare la sua situazione con qualche obbiettività, la guarigione diventa più probabile. Nella maggior parte dei casi in cui la malattia persista, sembra che sia collegata all’incapacità di fuggire da una percezione completamente soggettiva dei fattori che ci causano dolore33. I processi e i metodi di interpretazione della propria esperienza sono frequentemente una considerazione più rilevante della semplice presenza dei fattori di stress. Non è insolito per la depressione essere scatenata da una intensa frustrazione personale, causata da irrealistiche aspettative delle proprie azioni, dall’errata interpretazione della realtà, dall’interiorizzazione di sensi di inferiorità o di inadeguatezza, o dalla dipendenza di inappropriate aspirazioni nell’impossibilità di soddisfarle. Altri fattori possono svolgere un importante ruolo per il sorgere della depressione, particolarmente nei valori della attuale cultura dominante vi è l’eccessivo stress per la perfezione dell’immagine fisica, pressioni per eccellere e arrivare ad essere dei campioni in azioni fisiche come si vede nel mondo delle competizioni sportive, una valutazione eccessiva del valore del benessere materiale, del successo, della moda o del piacere. Mentre ci sono molte cause e conseguenze organiche della depressione, la riscoperta di una visione cristiana integrata della persona e della società ha un immenso potenziale per delle efficaci risposte a questa malattia. L’obiettiva e fiduciosa interpretazione della vita personale e delle realtà sociali che la fede cristiana porta offre un potente antidoto alle frenetiche pressioni del mondo secolarizzato. Riscoprire il significato della vita e delle sue lotte e interpretare il proprio personale e sociale contesto con criteri evangelici offre delle sorgenti potenti per una autentica guarigione. Terapie diverse necessitano di tenere in mente l’unità essenziale della persona umana, e il potenziale per la crescita e per il cambiamento positivo. Questo processo di trasformazione interiore, che nel linguaggio biblico è chiamato metanoia, indica la capacità nella persona umana per un profondo cambiamento personale attraverso l’azione della grazia nella mente e nel cuore. Questa conversione interiore o metanoia conduce alla riconfigurazione dei sentimenti e alla evangelizzazione del nostro comportamento34. Riflessioni PastoraliAlcune delle nuove espressioni dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa di oggi, come il sorgere dei nuovi movimenti ecclesiali e di nuove comunità nella vita cristiana, contengono una grande promessa per quanto riguarda i bisogni reali e urgenti dei nostri giorni. In molti di questi movimenti c’è una sviluppata sensibilità per comprendere l’influenza e l’impatto che la cultura secolare e i suoi valori generano nella vita moderna. I nuovi movimenti ecclesiali offrono delle interpretazioni promettenti, delle soluzioni creative e delle intuizioni pastorali per molte sfide contemporanee35. Vari pastori con grande acume hanno capito questa interessante evidenza del lavoro dello Spirito ai nostri giorni, fornendoci dei solleciti e interessanti studi36. Ciò che noi troviamo in alcuni di questi movimenti è una riscoperta della saggezza antica della Chiesa proposta con un nuovo vigore e con nuove espressioni. L’ardore con cui queste nuove “espressioni ecclesiali” interagiscono con la cultura crea ciò che a volte è una potente sorgente di più profonda comprensione di certe sfide e di certi problemi dei nostri giorni. Questo è specialmente vero per quei movimenti che hanno abbracciato l’importanza della solidarietà, della comunione e della comprensione compassionevole della sofferenza che risulta dall’assenza di significato. Alcune delle esperienze di successo di cui siamo stati testimoni nella vita di certe nuove comunità possono essere collegate alla visione intensamente fiduciosa della vita che è nutrita dalla loro integrazione della prospettiva di fede nella vita quotidiana. Questo è molto di più di una semplice gioia o ottimismo. Né è una questione di misurare le incidenze maggiori o minori della depressione tra gli aderenti ai movimenti. Ciò che essi offrono è una chiara spiritualità che forma e fonda la comprensione della vita che attinge alle fonti battesimali del significato nella confessione della fede cristiana. Vigili alla pedagogia di Dio nei problemi e nelle lotte quotidiane essi nutrono un forte clima di reciproco accompagnamento tra i loro membri. Alcuni di questi movimenti cercano di ricreare la vita delle prima comunità che celebravano la loro fede nel Cristo crocifisso e risorto nella gloria, vivendo profondi legami di solidarietà e comunione di amore37. Vorrei menzionare alcuni modi e vie ottenuti dall’esperienza pastorale nella vita dei nuovi movimenti che sembrano possedere una speciale promessa per il nostro punto focale sulla malattia della depressione e per la ricerca del benessere: a) conversione della mente e del cuore – l’esperienza della “metanoia”: “Trasforma te stesso con la conversione della tua mente…”. Nel permanente contatto con l’aggressione culturale alcuni movimenti hanno sviluppato delle chiari posizioni e criteri cattolici per la formazione dei loro membri. Notiamo l’interesse e il contributo di molti dei fondatori di questi movimenti per l’analisi della cultura contemporanea e la proposta di efficaci soluzioni pastorali per le varie crisi e problemi; b) enfasi su una vibrante vita spirituale, crescita in una efficace e affettiva relazione con il Signore. Diverse metodologie o spiritualità sono adottate dai vari movimenti, ma con un reale ardore; c) vita sacramentale: favorire una apertura alla grazia del Signore come una sorgente di forza nella vita quotidiana; d) apprezzamento per la bellezza e la potenza della liturgia della Chiesa per evangelizzare e trasformare le nostre vite, portandoci a contatto con le realtà più sacre; e) prolungato incontro con la Parola di Dio che è una “spada a doppio taglio…”, penetra e forma i nostri pensieri, sentimenti e azioni in conformità con la mente del Signore; f) amare la vita come una celebrazione. Questa è espressa nella gioia dell’essere in comunità. con la produzione di arte, e musica e poesia, e nella consacrazione delle realtà temporali agli scopi di Dio; g) identificazione chiara del ruolo della comunità nella Chiesa e tenendo conto della universale chiamata alla santità attraverso i diversi ministeri e vocazioni; h) impegno alla solidarietà con le persone bisognose e con le persone che soffrono; i) promuovere una posizione realistica davanti alla vita che è radicata in una fede e speranza mature. Una fede integrata con le sfide e le difficoltà della vita quotidiana entro una ampia comprensione della vita in conformità con il Vangelo; j) esperienze profonde di riconciliazione e di accettazione di sé; k) integrazione dei talenti personali con la formazione secolare, tecnologica, professionale per la trasformazione della cultura in conformità ai progetti di Dio; l) fedeltà alla Chiesa, al suo Magistero, ai suoi ministri; m) creatività nei metodi di evangelizzazione; n) cercare di avere un indiviso cuore Cattolico; amando la Chiesa e pensando con lei; o) impegno con gli sforzi apostolici della Chiesa; p) impegno nella vita di comunità, segnata da una apertura gioiosa ai nuovi membri. Amicizia incoraggiata come un modo motivazionale e ascetico alla conversione; q) formazione di quei membri chiamati agli Ordini Sacri che è in armonia con la spiritualità del movimento; promuovere un efficace addestramento omiletico, intellettuale, spirituale e pastorale; r) abbracciare una ben fondata Mariologia che comprenda e promuova il ruolo della nostra Madre Benedetta nelle vite dei membri; s) tenere in gran conto e sostenere la famiglia come una “scuola di virtù” e come il luogo per un forte impegno nella Chiesa e una testimonianza dell’amore alla cultura; t) coerente testimonianza di vita negli ambienti secolari. Vivere la vita in modo positivo e fiducioso mentre ci si impegna nelle lotte quotidiane come un modo per evangelizzare la cultura; u) conoscenza e uso delle metodologie nuove e tradizionali entro la vita della Chiesa; v) apertura all’accompagnamento o alla direzione spirituale. La maggior parte delle vie e dei modi di vita sopra menzionati sono concreti, attraenti e accessibili per quasi ogni persona che cerca un’esperienza di comunità cristiana. Quando si abbracciano questi metodi – “sempre vecchi e sempre nuovi” si possiede una grande promessa per la ricostruzione delle nostre parrocchie e comunità con una nuova vitalità radicata nel Vangelo. L’importanza della formazione di una autentica comunità cristiana è quella che fornisce un ambiente per la crescita personale e della comunità. Crea anche un clima in cui la guarigione delle ferite e delle esperienze stressanti di vita è accresciuta dalla saggezza di una visione impregnata di fede del “mistero dell’uomo”. La fede e la sua comune espressione nella comunità non dissolve la tensione della vita, ma offre un sentiero a quella destinazione che si trova davanti a noi e per la quale noi aneliamo con una sicura speranza. Nel ricco e profondo intuito di Monsignor Luigi Giussani sulla natura della comunità cristiana leggiamo: “Soli non possiamo essere noi stessi. La compagnia che sarà chiamata la comunità cristiana, è essenziale per l’itinerario dell’uomo… Il concetto cristiano dell’esistenza umana prevede che la comunità umana non aderirà mai completamente con la sua libertà alla condizione alla quale Gesù ci richiama. Perciò, la vita dell’umanità nel mondo sarà sempre confusa e infelice. Ma il compito di coloro che hanno scoperto Gesù Cristo – il compito della comunità cristiana – è precisamente di determinare la soluzione dei problemi umani sulla base della chiamata di Gesù”38. Le nostre parrocchie e comunità hanno bisogno di diventare più consapevoli pienamente del loro ruolo come centri di significato, e come luoghi di guarigione e di appartenenza. La gioia e lo scopo che provengono da una vita di fede impegnata, i forti legami di solidarietà e di comunione e una vibrante consapevolezza della presenza di Dio sono potenti aspetti nella vita di una comunità cristiana che riduce la vulnerabilità ai danni dello stress e dei disordini depressivi. Una attenzione pastorale speciale può essere data alla formazione di consiglieri che siano ben versati in scienze umane e nella teologia così da essere pronti ad offrire un efficace aiuto al crescente numero di persone che lottano con la depressione e cercano di controllare i loro alti livelli di stress nelle loro vite. Abbiamo bisogno del migliore intuito, delle più efficaci terapie che la scienza possa offrire, ma ancor di più abbiamo bisogno della certezza e della gioia della fede nel mistero dell’Incarnazione, come l’evento che ha trasformato la storia, la verità della quale siamo chiamati a riconoscere con amore. “Il compito del Cristiano è adempiere il più grande compito nella storia – annunciare che l’uomo, Gesù di Nazaret è Dio.”39 Prendere questo mistero seriamente significa che le lotte e i problemi della vita come espressioni della realtà del mondo non sono estranee alla fede o all’intervento di Dio. Umiltà e speranzaPrecisamente per la scelta di Dio di mandare a noi Suo Figlio in una natura umana, abbiamo bisogno di riconoscere e accettare la totalità della nostra condizione umana con tutta la sua fragilità e con il suo potenziale di grandezza, con la sua miseria e la sua dignità, come aspetti del profondo mistero dell’umanità. Vivere in questa verità della nostra reale identità davanti a Dio, sorgente e origine del nostro essere, è divenire come la Vergine Maria – umile e libera nella completa accettazione del suo stato come creatura, interamente aperta a Dio. La virtù dell’umiltà è indispensabile nel processo di guarigione perché apre la persona sofferente al profondo significato della sua esperienza, ed eleva la lotta umana alla sua altissima dimensione come anelito per la pienezza della “salus-salute-dalvezza”40. Ricordiamo il magnifico passaggio nel Vangelo di Matteo dove Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”41. Ogni persona che è disposta a entrare nella profondità della sua umanità attraverso la sofferenza, scopre da una parte un desiderio per la pienezza e l’infinito, e dall’altra – la sua fragilità e la sua contingenza. In questa esperienza della nostra fragilità e vulnerabilità, scopriamo che in qualsiasi limitazione fisica, psicologia o spirituale che incontriamo, il Signore ci invita a rispondere alla sua chiamata e trovare in lui la nostra forza e salvezza. La verità della nostra umanità ci è rivelata dalla sofferenza che ci porta alla sorgente della verità, “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”42. La Speranza è il dono e la promessa del nostro incontro con il Verbo Incarnato. Questo incontro è l’apertura alla nostra vera vita, così eloquentemente espressa nel documento del Concilio sulla Chiesa nel Mondo Moderno: “Egli Che è «l’immagine del Dio invisibile», è Egli stesso l’uomo perfetto. Nei figli di Adamo Egli restaura la divina somiglianza che era stata sfigurata dal primo peccato originale. Poiché la natura umana da Lui assunta non fu annullata, per questo è stata anche innalzata a dignità divina a nostro riguardo. Per la Sua incarnazione il Figlio di Dio ha unito se stesso in qualche modo con ogni uomo. Egli ha lavorato con mani umane, ha pensato con una mente umana, ha agito con scelte umane e amato con un cuore umano. Nato dalla Vergine Maria, Egli è stato fatto veramente uno di noi, come noi in tutte le cose eccetto il peccato. Come agnello innocente Egli ci ha meritato la vita versando liberamente il Suo sangue. In Lui Dio ci ha riconciliati a Sé e tra di noi; Egli ci ha liberato dalla schiavitù del diavolo e del peccato, cosicché ognuno di noi può dire con l’Apostolo: «mi ha amato e ha dato Sé stesso per me». Soffrendo per noi Egli non solo ci ha fornito un esempio da imitare, Egli risplende come un segno e se lo seguiamo, la vita e la morte diventano sante e hanno un nuovo significato”43. Ciò che abbiamo detto precedentemente concernente il mistero della sofferenza è portato al suo più completo significato quando comprendiamo la nostra esperienza come una partecipazione alla vita e alla sofferenza di Cristo. Senza significato, la sofferenza ci annienta e ci porta alla disperazione. Posta alla luce dell’amore sofferente di Cristo sulla Croce, la nostra sofferenza diventa un mezzo per portarci oltre i limiti della nostra finitezza. Rimane, nondimeno profondamente misteriosa. Il Papa Giovanni Paolo cattura questa delicatezza quando scrive: “L’umana sofferenza evoca compassione; evoca anche rispetto e a suo modo intimidisce. Poiché nella sofferenza è contenuta la grandezza di un mistero specifico. Questo speciale rispetto per ogni forma dell’umana sofferenza deve essere posta all’inizio di ciò che sarà espresso qui più tardi dal più profondo bisogno del cuore e anche dal profondo imperativo della fede. Sul tema della sofferenza queste due ragioni sembrano attrarsi particolarmente le une alle altre e diventare una: il bisogno del cuore ci comanda di superare la paura e l’imperativo della fede – formulato, per esempio nelle parole di San Paolo citato all’inizio – fornisce il contenuto nel nome del quale e in virtù del quale osiamo toccare ciò che appare in ogni uomo così intangibile: poiché l’uomo, nella sua sofferenza, rimane un intangibile mistero”44. ConclusioneL’oggetto della cura pastorale in presenza della sofferenza umana è in definitiva nutrire quella speranza che è nata dal Vangelo. Questa è la speranza che non delude45. Camminando umilmente nel tragitto della vita con i nostri compagni viaggiatori, noi siamo tutti soggetti, in un modo o nell’altro, al peso della sofferenza e del dolore. Istruiti dal mistero della Croce di Cristo, noi siamo tutti invitati ad abbracciare la nostra lotta umana come il sentiero a quella pienezza di vita che è il nostro più profondo anelito. Questo è ciò che abbiamo chiamato la divina pedagogia della Croce. La voce dell’Amore che ci convoca da Uno che pende dalla Croce, ci invita a rispondere, ad accompagnarlo nel Suo intenso dolore, per guardare con Lui oltre i limiti dell’usurpante oscurità là dove la brillante luce dell’eternità splende su di noi. Questa è la chiamata dell’infinito che ci incita alle complete profondità della nostra esistenza. Nutriti dalla divina promessa, il Cristiano consapevole di essere un pellegrino in questa terra, vive in una permanente “tensione”. Confidando nelle promesse di Cristo e non nella nostra forza andiamo avanti attraverso l’oscuro mistero della sofferenza illuminata da Cristo. Perfino nel mezzo delle prove e delle sofferenze ci viene offerta la gioia nella sicura consapevolezza che Dio è con noi e che i nostri pianti sono uditi. Anelando con tutta la nostra forza alla pienezza della vita e della prosperità, ci rivolgiamo al Signore, dicendo: “Spera, o mia anima, spera. Tu non sai né il giorno né l’ora. Guarda attentamente, perché ogni cosa passa velocemente, anche se la tua impazienza rende dubbioso ciò che è certo, e cambia un tempo breve in uno lungo. Sogna che tu più lotti, più provi l’amore che tu hai per Dio e più ti rallegrerai un giorno con il tuo amato, in una felicità e estasi che non può mai finire”46. S.E.Mons. James M. Wingle
Note1 Salvifici Doloris, 2 2 Evangelium Vitae, 12 3 Gaudium et Spes, 10 4 Fil 2,6-7 5 Col 1,24 6 Salvifici Doloris, 1 7 Puebla Document, 15 8 Confessioni I, 1,1, Sant’Agostino 9 Giovanni Paolo II, Crossing the Threshold of Hope, p.180, Borzoi Book published by Silfred A. Knoft, Inc., 1994. 10 Gaudium et Spes, 20; Redemptoris Missio, 14c; Dominum et Vivificantem, 29b. 11 Puebla Document, 185-186 12 Puebla Document, 281 13 Reconciliatio et Paenitentia, 7; cf Rom 5, 10f; cf Col 1, 20-22 14 Reconciliatio et Paenitentia, 15 15 Libertatis Conscentia, 38, Congregazione per la Dottrina della Fede. 16 Evangelium Vitae, 12; cf. Sap 1,13-14; cf. Sap 2, 23-24 17 Centesimus Annus, 50b 18 Reconciliatio et Paenitentia, 16 19 Reconciliatio et Paenititentia, 22 20 S.S. Pio XII, Discorso al V Congresso Internazionale di Psicoterapia e Psicologia Clinica, 15-4-1953: AAS 45, (1953), P.284 21 I Tes 5,23 22 Psychological Bulletin 2003, Vol 129, N.4, 614-636 23 Canadian Journal of Psychiatry, vol 47, N.2, Marzo 2002 24 Harold Koenig, Michael Mc Cullough, David B. Larson, Handbook of Religion and Health. Oxford 2001. 25 Op. cit. 26 Institutiones, Giovanni Cassiano, Rialp. 1979 27 Rm 12,2 28 Nostalgia de Infinito, Luis Fernando Figari. E-book. Ve Multimedios, Lima 2002. P. 28-29. 29 S. Agostino di Ippona, Le Confessioni, Libro 1, no. 1. 30 Istituto Nazionale di Salute Mentale, Pubblicazione No. 02-3561, Stampato 2000. 31 Centro Internazionale della Integrazione della Salute e della Spiritualità. Approcci di Ricerca. Gen/2003. 32 Ts 5,23 33 Lazarus, 199lb, p.112 34 Rm 12,2. Mc 1,15. Redemptoris Missio 59a. Redemptor Hominis 16h,20e. 35 Giovanni Paolo II, Discorso 29-9-1984; Omelia alla Vigilia di Pentecoste 25-5/1996,7. 36 Cardinale Jorge Medina Stévez, allora Arcivescovo di Valparaiso. Apuntes sobre el tema de los moviminetos eclesiales. Valparaiso-Cile. 1994. 37 Giovanni Paolo II e i Movimenti Ecclesiali, Dono dello Spirito. German Doig Vida y Espiritualidad. Lima 1998. P.46-58 38 Luigi Giussani, At the Origin of the Christian Claim, translated by Viviane Hewitt (Montreal & Kingston: McGill- Queens University Press, 1998),pp. 96,98 39 Luigi Giussani, At the Origin of the Christina Claim, p.107 40 Cardinal Lozano Barragán. Teología y Salud. 41 Mt 11, 28-30 42 Gv 1,9 43 Gaudium et Spes, 22 44 Salvifici Doloris, 4. |