| DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Segunda Sessione: La luce della fede nel mondo della depressione |
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La luce della fede nel mondo della depressione |
5. Dialogo interreligioso: il senso della depressione e del malessere considerato nella visuale delle religioni5.1 La visuale ebraicaLe cause della depressione, secondo gli studiosi, non sono del tutto chiare. Sono numerosi i fattori che concorrono a determinarla: predisposizione genetica, fattori socio-ambientali e psicologici. A determinare tale condizione, così frequente ai nostri giorni, si ritrovano situazioni di disperazione, di preoccupazione, di emarginazione, di alienazione, di dolore e di lutto. Con questo intervento, desidero rifarmi a casi di depressione quali si ritrovano all’interno del gruppo ebraico, provando ad individuarne le cause e a focalizzare il contributo che alla soluzione del problema può offrire l’ebraismo alla luce della sua millenaria tradizione. Dall’esame della condizione del depresso, ciò che più suscita angoscia ed interesse è la constatazione di come viene soppresso ogni dinamismo vitale, il che si traduce in forte diminuzione degli interessi e delle iniziative fino a ridurre l’attività del soggetto all’inibizione completa. Si tratta di una condizione che a ben guardare costituisce l’esito di un percorso che ha condotto l’individuo al distacco dalla società che lo circonda, alla sua emarginazione dal gruppo con il quale invece avrebbe dovuto intessere e rafforzare legami e interessi. In una società in cui si esalta l’individualismo e vengono limitati i rapporti tra gli uomini, ogni individuo rischia di essere alienato e isolato dalla società. In questo drammatico contesto, è giusto richiamare le parole della Scrittura: “Non è buona cosa che l’uomo sia solo” – esistere da soli non è cosa buona, secondo il Creatore. Dal punto di vista teologico la comunità umana è contrapposta alla solitudine sia dell’uomo che di quella della Divinità. “Dal primo giorno della creazione – afferma un midrash – il Santo, benedetto Egli sia, ha desiderato di entrare in comunione con il mondo terrestre e abitare in mezzo al creato insieme con le Sue creature”. Un filosofo del nostro tempo, L. Fuerbach, ragionando sulla dottrina dialogica di Martin Buber, afferma tra l’altro: “L’essere umano, preso individualmente, non costituisce in sé l’essenza dell’uomo; sia come essere etico che pensante”. Insomma questa essenza si ritrova nella unità dell’uomo con il suo prossimo. Qualunque ebreo che conduca una esistenza secondo i dettami della tradizione conosce quanto siano stretti i rapporti che lo legano con la collettività. Allo stesso modo la collettività non può ignorare la condizione del singolo individuo e ritenerlo invece parte integrante di se stessa. I ricordi nazionali uniscono tutti gli ebrei e li sostengono nella loro missione. Così pure la prassi religiosa quotidiana assicura un legame tra tutti i membri della comunità. Il legame con la comunità per l’ebreo è fondamentale. Tutta la prassi ebraica è costruita in modo che l’individuo trovi in essa la sua giusta collocazione. Prendiamo in esame, per esempio, quella che il Rabbino J.D. Soloveitchik definisce come “comunità di preghiera”. Con questa si vuole indicare una comunità unita nel comune dolore, nella comune sofferenza, come pure nella comune gioia. Secondo la tradizione ebraica la lingua della preghiera deve essere sempre al plurale, in modo che l’orante associ sempre il proprio prossimo alle suppliche espresse. Anche le preghiere individuali, quelle cioè espresse in occasione di malattia, di lutto o di altri momenti critici, debbono essere espresse al plurale. Alla persona colpita da un lutto si dice: “Possa l’Onnipotente consolarti insieme con coloro che si addolorano per la sorte di Sion e di Gerusalemme”, mentre ad un ammalato si dice: “Prego che sia inviata la guarigione a questo individuo come pure a tutti gli altri ammalati”. In questa forma l’intera comunità si fa carico dell’altrui sofferenza e si adopera per il suo reinserimento. Ciascuna delle pratiche dell’ebraismo ha una valenza socializzante. La celebrazione delle varie ricorrenze tende ad esaltare la significativa partecipazione di ogni individuo. Ad esempio, la celebrazione del Kippur, il giorno dell’espiazione durante il quale la comunità trascorre l’intera giornata in riflessione, in digiuno e in preghiera alla ricerca del perdono sia di Dio che degli uomini, costituisce un importante occasione per ristabilire i vincoli tra tutti membri della comunità nella solidarietà e nella riaffermazione del comune destino. Senza dubbio la celebrazione del Seder, la cena pasquale, durante la quale ogni ebreo rivive l’antica esperienza della schiavitù in Egitto e della sua liberazione, costituisce un momento importante sia per l’individuo che per la collettività. Si tratta di un procedimento di attualizzazione di eventi trascorsi, all’interno del quale ogni partecipante viene chiamato ad esternare le proprie perplessità e ad offrire risposte circa il significato della celebrazione. La correlazione che esiste tra individuo e società e gli obblighi che da questa correlazione derivano costituiscono il fondamento dell’intero ebraismo. Nel nostro tempo, in cui il sintomo più evidente della depressione è da ricercarsi nell’emarginazione dell’individuo e nella sua non rilevanza all’interno della società, la tradizione ebraica ribadisce il valore della sua partecipazione alla vita della comunità, proprio perché in questo contesto l’uomo è destinato a manifestare tutta la sua dignità. La preoccupazione della comunità nei confonti dell’individuo depresso significa liberare questo dall’angoscia, dalla paralisi e dalla disperazione. Prof. Abramo Alberto Piattelli |