DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Terza Sessione: Cosa fare per uscire dalla depressione?
 

Cosa fare per uscire dalla depressione?

2. La carità

2.1. Instaurare un legame sociale in una società scissa e dominata dall’individualismo

Da più di una decina d’anni, nei paesi industrializzati, riscontriamo un’enorme diffusione della depressione, un’importante epidemia che non ha precedenti in tutta la storia dell’umanità. Eppure, la depressione non è un’invenzione moderna. In tutti i continenti ed in tutte le epoche è stata sempre considerata come un disagio esistenziale necessitante di cure, ma prima d’ora, era sporadico e contenuto. Attualmente non lo è più. Non cessa di espandersi.

Nelle zone periferiche dell’Africa, la depressione è sporadica, ma nelle grandi città africane più sviluppate, le cifre riguardanti la depressione «si occidentalizzano». Che cosa è accaduto? C’è qualcosa di deteriorato in ciò che, in mancanza di meglio, definirei «la modernità», essa fa sì che non stiamo affatto bene e che la situazione s’aggrava ogni giorno un po’ di più.

Poiché non ne conosce le cause, la psichiatria non sostiene che la depressione sia una malattia, ma la tratta come tale e spesso con successo; nonostante ciò, riesce a prevenirne le ricadute meno di una volta su due. Nella sua evoluzione, la psichiatria cerca di basarsi sulle scienze umane. Tuttavia, quest’ultime, sono esse stesse demoralizzanti. Riducono l’uomo ad una serie di fatalità biologiche, psicologiche e sociologiche. Secondo queste, io come uomo, sono interamente condizionato: non c’è più speranza. Non sono le scienze dell’umano, ma del sub-umano. Hanno tralasciato ciò che è specifico dell’uomo tra tutti i primati, ciò che lo costituisce come essere umano: cioè, tutto ciò che fa parte della sfera della sua libertà, della sua responsabilità, dei suoi valori e che lo rende una persona umana capace di vivere in una comunità di persone.

D’altronde, essendo delle scienze, più s’addentrano nei dettagli dell’analisi, più sono incapaci di valutare l’uomo nella sua interezza. Non si basano su alcuna antropologia filosofica, cosa che sarebbe invece da fare urgentemente quando ci si interessa ad un problema come quello della depressione, che mette in discussione le nostre ragioni di vita: perché vivere? perché morire? Il depresso che non vuole più vivere, s’imbatte con i grandi interrogativi delle filosofie e delle religioni di tutti i tempi. Queste, hanno sicuramente molto da dire sulla depressione, ma ci si comporta come se fossero, in pratica, inutili.

Di fatto, le teorie esplicative sulla depressione si sono moltiplicate al ritmo della depressione, delle tendenze del momento e del mercato. Eccone alcuni esempi. Gli organicisti, pensano che la depressione provenga da un malessere biologico dell’umore, mentre per gli psicanalisti, da un malessere psicologico dell’umore. Secondo i cognitivisti, la tristezza non è primaria ma secondaria ad un complesso di credenze erronee. Tutti concordano sul fatto che tutto avviene nell’interiorità dell’uomo, concepito come una monade nel senso Leibniziano del termine1. I sistematici, al contrario, affermano che la depressione non è appannaggio di un individuo ma di tutta una famiglia. Parlano di famiglie «disfunzionali», nel senso in cui le relazioni interindividuali, sono così perturbate che producono una depressione in ciascuno dei componenti. Ma le persone che compongono la famiglia sono completamente dissociate tra loro a beneficio del solo sistema di interazioni familiari: le persone non esistono più.2

Contrariamente alle apparenze, sebbene in alcuni casi ne abbiamo una forte presunzione, le teorie biologiche non hanno molta consistenza. Attualmente, non sono ben avvalorate e servono più alla promozione commerciale dei farmaci che al progresso della conoscenza. Nemmeno le teorie psicologiche hanno molta consistenza. Infatti, ognuna di esse è costruita per generalizzazione, partendo solamente da alcuni casi studiati. Nessuna verifica è possibile. Nessuna è confutabile: quando una teoria incontra un depresso che non rientra nella casistica prevista per lui, essa si complica, diventa più contorta, fino ad arrivar ad inglobare il nuovo caso nella suddetta casistica. Mai vedrete uno di quei teorici, posto a contatto con un fatto nuovo, dire che si è sbagliato e che bisogna rivedere certi fondamenti della sua teoria.

Ragion per cui, per gli specialisti, il solo comportamento scientifico corretto è quello di ripudiare le teorie apprese dai libri ed interessarsi all’esperienza vissuta, concreta ed unica di ogni depresso. Ogni depresso è unico, l’esperienza di ogni depresso è unica. Ci sono tanti stati depressivi quanti sono i pazienti depressi. È al paziente reale che bisogna interessarsi.

È preoccupandosi di ciò che suscita la mia inquetitudine e non etichettandomi sotto gli aspetti di una teoria o di un’altra, che mi si aiuterà ad uscire fuori dal dolore di aver perso forse mia madre, il lavoro, la salute, d’avere un figlio schizofrenico o l’aids. Solo a ciò il terapeuta scientifico deve interessarsi. Ciò presuppone che entri rispettosamente nel mio universo per esplorarlo, cercando di prestare attenzione al suo modo di comunicare. Devo sentirmi compreso, ci sono delle parole che feriscono, uccidono, leniscono o guariscono.

Per fortuna, nell’ultimo mezzo secolo, la comunicazione ha compiuto enormi progressi. La comunicazione attenta e rispettosa, la relazione interpersonale vera, è un primo recupero del legame sociale. Sarà la base di tutto il lavoro terapeutico.

Anche certe cose son meglio analizzate. Un tempo si diceva che la depressione si manifestava dopo una perdita: perdita di un impiego, di una persona cara, di una sicurezza o altro. Era vero, ma anonimo, individualista e andava bene per le statistiche. Attualmente, si ri-colloca questa perdita nel ciclo della vita familiare. Bambini, diventiamo adulti, ci sposiamo, abbiamo dei figli, i nostri figli se ne vanno per sposarsi; in poco tempo abbiamo dei nipoti; bisogna saper vivere la pensione, invecchiare e morire. È la trama dei nostri giorni; ogni volta, lasciamo delle rive conosciute per approdare ad altre. Ogni volta dobbiamo perdere per vincere.

Ognuno di noi vive il ciclo differentemente. Se rifiutiamo la perdita del conosciuto ci irrigidiamo e la crisi depressiva s’innesta. Non c’è altro modo per andare avanti che sopportare le conseguenze delle privazioni subite. Rifiutare il corso della vita equivale a condannarsi alla depressione e a non scoprire nuovi orizzonti. La realtà è questa: se la si accetta ci si apre alla vita, se la si rifiuta, qualcosa si spezza dentro. Ecco un obiettivo pratico dato alla terapia: rilanciare la persona nel suo ciclo di vita familiare. È pragmatico e ciò contribuisce a porre l’essere umano tra i suoi simili, nel mistero del suo destino personale e comunitario.

Tutto questo approccio (comunicazione, ciclo di vita) era inaffrontabile circa trenta anni fa. Delle risposte adeguate sono ora possibili. Sono autorevoli.

Nonostante ciò, tali risposte non risolvono la questione posta in partenza: perché tutta questa pandemia depressiva? E abbiamo constatato come le teorie confondevano la questione piuttosto che aiutare a trovarne la soluzione. Pertanto, bisogna prendere in considerazione l’evoluzione della nostra società, così come l’abbiamo voluta. La verità è che viviamo come dei folli e che, mentre ci lamentiamo, non abbiam alcuna intenzione di fare altrimenti. Non c’è dunque da stupirsi se la depressione esplode.

Ecco una piccola lista di “prodezze” che siamo riusciti a realizzare in meno di mezzo secolo.

Abbiamo soppresso quasi tutte le tradizioni che ci davano dei punti di riferimento ma che giudicavamo troppo costrittive e le abbiamo sostituite con delle «feste» obbligatorie e ad uso consumistico, come Halloween e le competizioni sportive.

Le coppie sono diventate terribilmente instabili e mentre si formano, si preparano già alla rottura. L’uomo moderno, individualista, basta a sé stesso. Rivendica di essere una monade. Non ammette che i cambiamenti possano modificarlo. Non ha scambi, fa delle esperienze che gli bastano per consumare, in modo equivalente, del sesso, del cibo o della musica. Rivendicando la sua libertà e la sincerità dei suoi sentimenti, ha sostituito l’essere con l’avere. Consuma, e dopo che ha goduto, è triste.

La pornografia dilaga in tutte le direzioni. Ci mostra una sessualità che non è altro che un bene di consumo.

Nell’evoluzione della persona umana e della società, il ruolo del lavoro non è più percepito. Il lavoro è diventato una schiavitù competitiva, vissuta in una permanente insicurezza. Non siamo altro che strumenti di produzione che devono restare in buone condizioni. E dobbiamo andare sempre più velocemente, con la mente riempita da troppe informazioni, disorientati da troppe sollecitazioni che ci trascinano da tutte le parti ed alla fine ci innervosiamo. È la malattia moderna delle 3 E: EEE, Encombrement, Eparpillement, Enervement, cioè: Mancanza di sbocchi, Dispersione, Nervosismo3.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, la religione non interessa più, mentre, da sempre l’uomo vi ha trovato un senso alla propria vita. Di contro, si diffonde una nuova religiosità che pretende di sedare l’inquietitudine delle nostre monadi imperniate su se stesse, con delle tecniche di rilassamento definite pretenziosamente «meditazioni».

Non abbiamo più alcuna fiducia nei nostri esponenti politici, tutti presunti tecnocrati, fascisti o corrotti. Dovrebbero essere là per dirigere ed indicare la via da seguire. Per lo più i loro messaggi sono confusi: l’euro e la mondializzazione sono presentate simultaneamente come delle possibilità insperate e come delle costrizioni spietate a cui non possiamo sfuggire. A chi credere, in cosa credere? Termino qui la mia piccola lista. Come non deprimersi in mezzo a tutto ciò?

Ed in tutto ciò, esplode il rancore, il risentimento, l’odio e la depressione.

La forma moderna di questa depressione che è divampata, non ha né una causa biologica né psicologica. È una depressione che scaturisce da più in alto. È una depressione per privazione del senso esistenziale, è ciò che Victor Frankl chiama «nevrosi noogena o depressione esistenziale»4. È racchiusa nella sfera della mente ed evidenzia che una società che sostituisce in modo sistematico l’essere con l’avere, produce dei depressi in serie. Li rende folli. La privazione del senso turba lo psichismo e la biologia cerebrale umana.

In questo caso, la buona notizia è duplice. Da una parte, abbiamo la prova sperimentale che l’essere umano, per funzionare correttamente, ha bisogno di valori e di poter dare un senso alla propria esistenza. Non possiamo più negarlo. È davanti ai nostri occhi.

Poiché abbiamo fatto all’incirca tutto ciò che non bisognava fare, per esclusione, ora sappiamo ciò che bisogna fare per uscire dalla pandemia depressiva, o almeno, conosciamo la via da seguire: ricollocare l’uomo, la sua libertà, i suoi valori, la sua ricerca di significato ma anche il suo senso di responsabilità, al centro ed all’apice di tutta l’organizzazione sociale, economica e politica.

Tutto ciò può sembrare pretenzioso e utopistico. Penso che non sia né l’uno né l’altro e per una ragione molto semplice. Il fatto è che il percorso intrapreso si è rivelato un vicolo cieco, dobbiamo dunque intraprenderne un altro e non possiamo permetterci il lusso di non farlo, salvo che preferire il suicidio collettivo (il quale è ampiamente innescato dalla generalizzazione del fallimento). È una valutazione della sopravvivenza.

La seconda buona notizia è che, poiché la forma di depressione di cui subiamo le conseguenze, è innestata nella sfera della mente, un’azione in tale sfera può alleviarla, rimettendo in sesto con un sol colpo sia la persona che la società. Un’azione concreta, individuale, è possibile.

In questo caso la morale recuperebbe tutta la sua importanza, come mai nella storia. La morale è stata disprezzata per decenni ed ora lo è più che mai. Come per caso, durante questo tempo, la depressione si è diffusa e continua ad espandersi. Disprezzata dai miscredenti che la sostituiscono con un’«etica» a geometria variabile, la morale è stata anche cancellata dalle chiese occidentali in nome dell’amore: non bisognava fare del «moralismo» – ci dicevano. Pertanto, la morale è la scienza della felicità umana, il modo d’impiego dell’essere umano, e – perdonatemi l’espressione – la «frizione» dell’amore. Con essa, si impara ad amare. Con essa, il «motore umano» progredisce. Senza di essa fa solo rumore.

La necessità di questo grande ritorno della morale, decantata in modo esplicito, annunciata come tale, senza falso pudore, come emergenza per la salute pubblica, non dovrebbe sorprenderci. S. Benedetto, nella sua Regola, scritta in un altro periodo turbolento della storia, sente il bisogno di precisare ai suoi monaci che non devono né uccidere né rubare, né dire falsa testimonianza: ecco dunque degli uomini che si sono isolati in clausura per amore del Signore a cui bisogna ripetere, tanto per cominciare, i più elementari dei Dieci Comandamenti! È questo realismo che ha evangelizzato l’Europa, creando un vero legame sociale, partendo dal concreto cambiamento di comportamento di ogni uomo.5

In conclusione, desidererei terminare con l’essenziale, il Vangelo ed il mandatum novum. Fondamentalmente gli esseri umani non si amano, e l’alveo della depressione reca a noi gli stessi dolori di una guerra. Nostro Signore ci dice: «Ama il prossimo tuo come te stesso».  Molti pazienti mi dicono che non possono amare gli altri perché non amano se stessi. Non hanno compreso che Gesù ci chiede di amare gli altri ed amando gli altri, cominceremo ad amare noi stessi, ciò è di gran lunga il compito più difficile di ogni uomo sin dal peccato originale. È proprio perché non ci amiamo che ci dà l’ordine formale di metterci al lavoro. È donandoci agli altri, come Lui ha fatto, che incominceremo, poco a poco, ad amarci. Ci libereremo così di un gran peso, il peggiore di tutti: noi stessi. È uno sforzo vero e proprio quello che ci chiede, quello più importante di tutta la nostra vita, con l’aiuto della sua grazia, con i punti di riferimento della legge naturale e della santa Chiesa. Ed è così che solleva gli affranti: «et erigit omnes depressos»6.

Dott. Dominique Megglé
Medico psichiatra
Presidente della Confederazione
Francofona delle Terapie Brevi,
Francia

 

Note

1 Le monadi sono delle entità perfettamente autosufficienti, impermeabili alle influenze esterne e senza alcun rapporto con le altre monadi. Le monadi si muovono e s’incontrano senza modificarsi l’una con l’altra. «Esse sono impenetrabili ad ogni azione esteriore, differenti l’una dall’altra, sottoposte ad un mutamento continuo proveniente dal loro substrato e tutte dotate di Appetizione e Percezione».  (Lalande A.: Vocabulaire technique et critique de la philosophie, PUF, Paris, 1976)

2 Meggle D.: Les Thérapies brèves, Presses de la Renaissance, Paris, 2002.

3 P. Amedee, D. Meggle: Le Moine et le psychiatre, Bayard/Centurion, Paris, 1995.

4 Frankl V.E.: The Doctor and the Soul, Vintage Books, New York, 1986.

5 La Vie et la règle de Saint Benoît, Desclée de Brouwer, Paris, 1965 (Règle, ch. IV, Quels sont les instruments des bonnes œuvres).

6 Sal CXLIV.