DOLENTIUM - XVIII Conferenza Internazionale - Terza Sessione: Cosa fare per uscire dalla depressione?
 

Cosa fare per uscire dalla depressione?

2. La carità

2.4 La cura spirituale e pastorale della persona depressa e della sua famiglia

Come possiamo aiutare spiritualmente chi è malato di depressione? Cosa dire alla sua famiglia? Quali sostegni pastorali offrire all’uno e agli altri? Saranno indispensabili alcune conoscenze minime per sapere se si tratta di una vera malattia, o se invece è soltanto un cattivo momento passeggero, un abbattimento d’animo. L’accompagnamento spirituale e pastorale di questo tipo di malati non può dirottare in una specie di terapia sostitutiva. L’azione pastorale non serve per “curare” bensì per aiutare a portare la croce. Il resto verrà in seguito e sarà nelle mani di Dio, di medici esperti e di psicologi professionisti.

Questi malati sono figli di Dio e nostri fratelli. Dobbiamo cercare di comprenderli, di accettare la loro situazione, per quanto essa ci faccia male, e aiutarli, se possibile, ad uscire dalla loro malattia. Quando parliamo di questi malati, non dimentichiamoci dell’ambiente che li circonda, soprattutto della famiglia, che ha un particolare bisogno di comprensione, di sostegno spirituale e di ogni tipo di aiuto.

Occorre dire poi che la depressione non può essere presentata, in nessun modo, come un castigo di Dio, come una specie di lebbra interiore che fa la vita a brandelli, come conseguenza di chissà quale strano peccato commesso. Il sentimento di colpa non è insolito in questo tipo di malati.

Non è facile però che il depresso esprima questo stato d’animo. Egli ha perso ogni volontà, in casi estremi anche quella di parlare. Nel fondo di uno stato depressivo sembra che ci sia una paura di vivere indefinita e opprimente, una paura della vita. Si dice che finché c’è vita c’è speranza. Qui mancano entrambe le cose: la qualità di vita personale è a terra; la speranza è scomparsa.

Accompagnamento spirituale e pastorale

Il nostro obbligo, come sacerdoti, catechisti, direttori spirituali e operatori di pastorale della salute, è quello di accompagnare e di prenderci cura di queste persone depresse in maniera spirituale, aiutandole a vivere la vita della grazia, della fede, dello Spirito che alberga in loro mettendo in atto le azioni pastorali più adeguate per “evangelizzarle”. Dobbiamo cioè far sì che Cristo sia come il lievito nella loro vita, affinché cambi totalmente questa esperienza tanto deteriorata.

Di fronte alla malattia e alla sofferenza, l’uomo, più che volgere il proprio sguardo a Dio, si lamenta di Lui, gli attribuisce perfino il proprio male: perché mi hai trattato così? Perché mi hai castigato in questo modo? In realtà non si fanno rimproveri a Dio, ma lo si ignora. Dio è più che un’idea, è Qualcuno molto presente nella vita, anche se non ci si rende conto di questa vicinanza e intimità.

Il depresso va curato come un malato. La malattia e il dolore possono essere come una parete che separa da Dio, che viene accusato di essere la causa del male.

La malattia provoca un’enorme lacerazione personale, non solo affligge la persona, bensì la schiavizza. La stacca da se stessa e la trasforma in un oggetto in mano agli altri, dai quali dipende in quasi tutto. Il malato perde così la propria autonomia, l’essere se stesso. Quella della malattia è un’esperienza nuova e certamente penosa. E nulla può curare questa limitazione personale meglio della salute.

Però, dalla limitazione occorre passare alla libertà di poter vivere coscientemente ciò che ci è stato dato nella fede (“Io so che il mio Dio vive!”, ripete Giobbe). E questa esperienza della vicinanza di Dio, non è solo consolazione, bensì convincimento che oltre le nostre limitazioni umane c’è la forza della propria dignità come figli di Dio. Il figlio è ammalato, ma il padre e la madre sono al suo fianco e lo amano con tutta l’anima, anche se il malato non se ne rende conto.

Tutto ciò vale anche per la famiglia del depresso che, molto spesso, è quella che deve sopportare il peso più duro dell’incomprensione: non comprende la sofferenza del suo familiare ammalato, né si sente compresa dall’ambiente sociale.

Accogliere colui che arriva. È un fratello

Più che andare dal sacerdote e dal consigliere spirituale, il depresso vi ci viene portato. Egli non è in grado di prendere nessuna decisione. Ci troviamo di fronte ad una persona intristita, sprofondata nell’indifferenza, personalmente stanca – la vita diventa una salita e liberarsene sarebbe una grande liberazione – contagia pessimismo e tristezza, si considera inutile e irrecuperabile, non ha interesse per nulla, cammina in questo mondo in un’angosciosa speranza con enormi sensi di colpa.

Ma, per noi, questa persona non è un semplice paziente con determinati sintomi patologici: è un fratello e come tale bisogna accoglierlo e trattarlo.

Nella cura spirituale di questa persona deve essere sempre presente la compagnia e l’efficacia della grazia dell’adozione divina. In Cristo siamo stati riconciliati con il Padre (Rm 5,10). Dio ci riceve e ci ama come siamo: redenti da Cristo e ossequiati dalla presenza e dalla grazia dello Spirito Santo.

Così, il primo gradino del trattamento pastorale non può essere altro che quello di avvicinare il depresso alla fonte della riconciliazione, cioè al sacramento della penitenza. È necessario proporglielo senza opprimerlo e cercare di convincerlo che il perdono porterà quella pace interiore di cui ha bisogno.

Le azioni pastorali più adeguate, in questo momento, sono quelle che fanno ricevere il sostegno della comunità, soprattutto nella celebrazione dell’eucaristia. Il Risorto si fa presente tra i suoi, parla loro e dà loro da mangiare il pane di vita, ascolta le loro preghiere e le loro suppliche.

La cura spirituale e pastorale deve seguire il cammino di un accompagnamento silenzioso. Il malato deve sapere che c’è qualcuno al suo fianco. Anzitutto, Dio ma anche la Chiesa, che prega per lui, ma soprattutto la sua famiglia. Questa comunità di vita e di amore deve essere ora più viva che mai. Tante volte, con colui che soffre, l’unica cosa che si possa fare è stargli accanto, come Maria, Giovanni e le donne ai piedi del crocifisso sul Calvario.

Dal recupero dell’autostima all’aiuto degli altri

Il male non è essere paralitico, cieco, sordo o malato, ma il non voler fare nulla per uscire da questa situazione. Occorre trovare la strada per la quale passa Cristo, e poiché non sempre può farlo da solo, il malato deve lasciarsi aiutare da coloro che sono buoni infermieri di Dio, che ci curano, si prendono cura di noi e ci guariscono.

Il sostegno della famiglia e della comunità sociale e religiosa è imprescindibile. L’aiuto migliore che si può prestare alla persona sola è farla sentire accompagnata. D’altra parte, l’ottenere che il depresso entri in uno spazio di preghiera può essere un forte aiuto per il suo abbandono fisico e spirituale.

Amerai il tuo prossimo come te stesso, dice il Signore. E se uno vuole male a se stesso? Se non si dà il giusto valore? Questo accade nella depressione: c’è un notevole deficit di stima autopersonale. Il depresso è caduto nella grande menzogna di disconoscere la verità su se stesso. Ora sta per recuperare il cammino della verità, dei valori. Però i valori, senza alcune virtù in cui si vivono e si esprimono, sono pura fantasia. Occorrerà ricostruire un comportamento coerente e leale nei confronti di ciò  in cui si crede e che sfocia in un gran senso morale della condotta.

Non si tratta di cercare di raggiungere una meta impossibile, bensì di uscire da se stesso per incontrarsi con Cristo vivo e presente in ogni persona che si incontra lungo il cammino. Da uomo percosso e caduto, il depresso diventa buon samaritano che cerca gli altri e in loro si incontra con Cristo, poiché, come dice Giovanni Paolo II: “Con la sua incarnazione, infatti, il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Redemptor hominis, 8).

Non vale a nulla dire: a che serve tutto ciò che mi sta succedendo? L’atteggiamento da avere è invece ben diverso: che posso fare per gli altri? Non bisogna enfatizzare il lamento: chi è il responsabile di tanta sofferenza? perché mi succede questo?, bensì manifestare positivamente il desiderio di aiutare: come posso servire gli altri, seppur con i miei difetti?

Se si è persa l’autostima, si può cercare di identificarsi con un modello completamente nuovo: Cristo. Quella che si impone non è la semplice imitazione, ma l’identificazione con Cristo. Sul piano sovrannaturale, questa misteriosa identificazione è realizzata dalla grazia. Non sono io, è Cristo che vive in me, esclama San Paolo (Gal 2, 20).

Identificandosi con Cristo in questo modo, si rafforza la speranza, che è la grande assente nella vita del depresso e si passa dalla perdita dell’autostima alla stima degli altri. La fede non sarà un rimedio magico per curare la depressione, però quando è viva ed operante contribuisce al recupero.

La famiglia

Quando uno dei suoi membri è colpito dalla depressione, la famiglia soffre, e si sente inoltre disorientata e confusa in quanto, apparentemente, non esistono motivi per la situazione in cui si trova il depresso. Occorrerà esternare comprensione e avvicinamento, cercando di accompagnare e dialogare, condividendo con il malato la preghiera e il sostegno spirituale. A poco valgono le parole e l’animo che gli si possono infondere con la buona intenzione di liberarlo dal suo stato depressivo, in quanto per questi malati è praticamente impossibile prendere una qualsiasi decisione. Essi soffrono, non sanno cosa gli succede, fanno soffrire gli altri e tutti si sentono sconcertati, indifesi e abbandonati.

Qui possono svolgere un grande ruolo pastorale il volontariato e le associazioni familiari, per trasmettere alle famiglie dei malati il loro sostegno, il loro accompagnamento spirituale e anche la collaborazione materiale, se fosse necessaria. Nella pastorale familiare un capitolo speciale dev’essere riservato alle famiglie al cui interno è presente questo tipo di malati. È importante prestare loro attenzione, sostenerle con la fede, promuovere associazioni delle famiglie colpite, offrire loro aiuto.

D’altra parte, la famiglia è il miglior terapeuta per il depresso. Tuttavia, non è infrequente la chiusura della famiglia nei confronti del depresso che viene spesso considerato una sorta di “malato immaginario”. Il sostegno della famiglia è indispensabile. Sta qui però il grande problema. E cioè che, non poche volte, il motivo della depressione è proprio la famiglia, i suoi problemi, il suo desiderio di strutturazione, la sua pratica inesistenza... Una pastorale familiare adeguata è il miglior trattamento preventivo.

È necessario ascoltare, comprendere, animare. Valorizzare sempre la persona. Aiutarla a partecipare. Farle vedere che ci si sente bene al suo fianco e che, in nessun modo, il depresso è considerato un commediante che finge di essere malato per interessi di comodo o per disperazione.

Dobbiamo amare le persone così come esse vogliono essere amate. Non pretendere che il malato cambi perché vada meglio alla sua famiglia, ma perché si senta bene con se stesso. Non è necessario usare molte parole: egli deve vedere che la famiglia è al suo fianco, che è disposta ad ascoltarlo, a comprenderlo e ad aiutarlo. Dare affetto al malato, ma ricevere anche ciò che egli può offrire e farglielo vedere con gratitudine.

Non pretendere mai coerenza nel malato: egli è triste ed incapace di definirne i motivi. Chiedergli coerenza vuol dire cercare di aumentare i suoi indefiniti tormenti. Più che ragionare, bisogna amare. In caso di dubbio, il cammino migliore da seguire è sempre quello della misericordia.

Aiutarlo a partecipare alla vita familiare, sociale e parrocchiale, ma senza opprimerlo. Spetta agli altri portare il peso della situazione, senza però che il malato lo sappia. Dare la vita per lui, ma senza che lo noti. Per il depresso non ci sono preoccupazioni piccole; tutto lo opprime con un peso enorme. Bisogna assumere queste preoccupazioni come fossero proprie e non con il grado della propria valutazione, ma con quella che sente il malato stesso. “Farsi depresso con il depresso”.

Cura spirituale e pastorale

Cercherò ora, usando una forma telegrafica, di offrire alcune “ricette” spirituali e pastorali per il “paziente” malato di depressione, contenenti alcuni “medicinali specifici” perché la famiglia sappia come amministrarli e una guida per il “trattamento” da parte degli operatori pastorali.

La misericordia di Dio è infinita. Se si guarda sinceramente a Dio svanisce ogni sentimento di colpevolezza. Il dolore, offerto assieme a quello di Cristo, è fonte di salvezza per se stessi e per gli altri. Bisogna lasciarsi accompagnare dallo Spirito di Dio e, anche, da una persona che serva da guida e da sostegno; seguire un itinerario progressivo di incontro con Dio nella preghiera, per vedere la realtà, non con i propri ragionamenti, ma come contemplato e amato da Dio; oltre ad attaccarsi all’amore di Cristo e della Vergine Maria, sentendo la loro compagnia e la loro protezione. Il senso della vita non si ottiene guardando se stessi, ma ponendo lo sguardo su Dio e sugli altri.

 Ecco altri punti importanti: intraprendere relazioni nuove con le persone per poter trovare ragioni per vivere: aiutare gli altri. Prendere parte attiva in alcuni progetti pastorali e caritativi, accettando piccole responsabilità, ma senza nessun tipo di angoscia. Sentire di avere bisogno degli altri. La comunità non può prescindere da lui: è uno dei suoi membri. La Chiesa non è una società di personalità forti e brillanti. Non bisogna escludere una certa rassegnazione positiva: accettare i propri limiti.

È necessario essere se stessi, proprio per incontrarsi con la propria personalità: un uomo per gli altri. Aiutarlo a saper accendere i “fari abbaglianti” della parola di Dio che illumina tutte le cose. E disporsi ad una grande generosità: la vita è per gli altri, va spesa in favore degli altri e non perché marcisca all’interno di sé. In poche parole: aiutare il depresso a riconciliarsi con se stesso e accettare la Buona Novella come lievito efficace di guarigione.

Come cristiani, l’unico pane che possiamo dare agli altri è quello con cui noi stessi ci alimentiamo: il pane della parola e il pane dello sacramenti. Gli operatori pastorali quindi non devono cadere nella trappola del psicologismo, ed essere terapeuti affezionati e pastorali mediocri.

Il tuo amore allevia il dolore. Parole che possono risultare tanto belle possono essere anche evasive se non gli si dà tutta la profondità che, a partire dalla nostra fede cristiana, devono esprimere. Non c’è nulla di tanto impegnativo e che tanto richiami alla responsabilità come l’amore. L’amore di colui che serve il malato, è un incentivo per una formazione permanente, per cercare tutti i mezzi possibili che portino a sradicare la malattia e a guarire il malato.

L’amore di colui che serve si fa rispetto premuroso di fronte alla situazione della persona che ha bisogno, è lontana da qualsiasi forma di pietismo, rassegnazione negativa o paternalismo. Al contrario, aiuta ad avvicinarsi alla bontà di Dio, che ha cura di tutte le cose, per l’accettazione oggettiva della realtà personale e per aprirsi all’appoggio che gli altri possono prestare.

Gesù ha risposto al problema del dolore assumendolo su di sé. Per questo, l’annuncio del Vangelo e la cura dei malati sono indissolubilmente uniti. Non possiamo non ricordare Cristo nell’orto degli ulivi. La sofferenza ha una sola giustificazione: la speranza di riempirlo di vita, di una vita nuova. E, parlando di speranza, ricordare il felice pensiero di San Giovanni d’Avila, che chiama Maria “infermiera dell’ospedale della misericordia di Dio” (In Nat. V.M. III, 20).

S.Em.za Card. Carlos
Amigo Vallejo
Arcivescovo di Siviglia
Spagna