EVENTS - XVIII International Conference - Senso della depressione e del malesssere nella visuale ebraica

 

Senso della depressione e
del malesssere nella visuale ebraica

       Le cause della depressione,secondo gli studiosi, non sono del tutto chiare. Sono numerosi i fattori che concorrono a determinarla: predisposizione genetica, fattori  socio-ambientali  e psicologici.  A determinare tale condizione, così frequente ai nostri giorni, si ritrovano situazioni di disperazione,  di preoccupazione, di emarginazione,di alienazione, di dolore e di lutto.

       Con questo intervento, desidero rifarmi  a casi di depressione quali si ritrovano all'interno del gruppo ebraico, provando ad individuarne le cause e a focalizzare il contributo  che alla soluzione  del problema può offrire l'ebraismo alla luce della sua millenaria tradizione.

       Dall'esame della condizione del depresso,quello  che più suscita angoscia ed interesse è la constatazione  di come  in quello  viene soppresso ogni dinamismo vitale  che si traduce  in forte diminuzione  degli interessi  e delle iniziative fino a ridurre l'attività del soggetto all'inibizione completa.

       Si tratta di una condizione che a ben guardare costituisce l'esito di un percorso che ha condotto l'individuo al distacco dalla  società che lo circonda, alla sua emarginazione dal gruppo con il quale invece avrebbe dovuto intessere e rafforzare  legami ed interessi.

       In una società in cui si esalta l'individualismo e vengono limitati i rapporti tra gli uomini, ogni individuo rischia di essere  alienato ed isolato dalla società.

       In questo drammatico contesto, è giusto richiamare le parole della

    Scrittura : " non è buona cosa che l'uomo sia solo" - esistere da soli non è cosa buona, secondo il Creatore.

       Dal punto di vista teologico la comunità umana  è contrapposta alla  solitudine  sia dell’uomo che di quella della Divinità. “ Dal primo giorno della creazione -  afferma un  midrash il Santo,benedetto Egli sia, ha desiderato di entrare in comunionne con il mondo terrestre ed abitare in mezzo al creato insieme con le Sue creature”                                      

       Un filosofo  del nostro tempo, L. Fuerbach,  ragionando sulla dottrina dialogica di  Martin         

    Buber, afferma tra l’altro: “L’essere umano, preso individualmente,non costituisce in sé      

    l’essenza dell’uomo; sia come essere etico che pensante”. Insomma questa essenza si ritrova

    nella unità dell’uomo con il suo prossimo.

    Qualunque ebreo  che conduca una esistenza seconndo i dettami della tradizione, conosce  quanto siano stretti i rapporti che lo legano con la collettività. Allo stesso modo la collettività non  può ignorare la condizione del singolo individuo e ritenerlo invce parte integrante di sé stessa.

    I ricordi nazionali uniscono tutti gli ebrei e li sostengono nella loro  missione. Così pure  la prassi religiosa quotidiana assicura un legame tra tutti  i membri della camunità. Il legame  con la  comunità  per l’ebreo è fondamentale.  Tutta  la prassi  ebraica è costruita in modo che l’individuo trovi in essa la sua giusta collocazione.

    Prendiamo in esame per esempio quello che  il Rabbino J.D. Soloveitchik  definisce  come “comunità di preghiera”. Con questo si vuole indicare una comunità unita nel comune dolore, nella comune sofferenza, come pure nella comune gioia. Secondo la tradizione  ebraica  la lingua della preghiera  deve  essere sempre  al plurale,in modo che l’orante  associ sempre il proprio prossimo alle suppliche espresse. Anche le preghiere individuali, quelle cioè espresse  in occasione di malattia, di lutto o di altri momenti critici, debbono essere espresse al plurale. Alla persona colpita da un lutto si dice: “ Possa l’Onnipotente  consolarti insieme  con coloro che si  addolorano  per la sorte di Sion e di Gerusalemme”, mentre ad un ammalato si dice: “ Prego  che sia inviata la guarigioni a questo individuo come pure a tutti gli altri ammalati”. In questa forma  l’intera comunità si fa carico dell’altrui sofferenza e si adopera per il suo reinserimento.

   Ciascuna delle pratiche dell’ ebraismo ha una valenza socializzante. La celebrazione delle varie ricorrenze  tendono ad esaltare la significativa partecipazione di ogni individuo. Ad esempio, la celebrazione del  Kippur, il giorno dell’espiazione  durante il quale  la comunità trascorre l’intera giornata  in riflessione,in digiuno  e in preghiera alla ricerca  del perdono  sia di Dio che degli uomini, costituisce un importante occasione  per ristabilire i vincoli tra tutti membri della comunità nella solidarietà e nella riaffermazione del comune  destino.

    Senza dubbio  la celebrazione  del Seder, la cena pasquale,  durante la quale  ogni ebreo  rivive l’antica esperienza della schiavitù  in Egitto e della sua liberazione, costituisce un momento importante sia per l’individuo che per la collettività. Si tratta  di un procedimento di attualizzazione  di eventi trascorsi, all’interno del quale ogni partecipante viene chiamato ad  esternare  le proprie  perplessità  e ad  offrire risposte  circa il significato della celebrazione.

    La  correlazione che esiste tra individuo e societa e  gli obblighi che da questa correlazione derivano costituiscono il fondamento dell’intero ebraismo.

    Nel  nostro tempo, in  cui il sintomo più evidente della depressione  è da ricercarsi  nell’emarginazione dell’individuo e nella sua non rilevanza all’interno della  soacietà,  la  tradizione  ebraica  ribadisce il valore della sua partecipazione alla vita della comunità, proprio perché in questo contesto l’uomo è destinato a manifestare tutta  la sua dignità. La preoccupazione della  comunità nei confonti dell’individuo depresso significa  liberare questo  dall’angoscia, dalla paralisi  e dalla disperazione.

Rabbino Prof.  Abramo Alberto Piattelli